28 Dic

B) Igienista. Un convinto e malato igienista. Minimo 2500 bcs;

10 Risposte to “”

  1. lucalotto 29 dicembre 2007 a 01:22 #

    C’era tuo padre davanti a te, ma a debita distanza. Dalla sua bocca non uscivano parole o riflessioni, non solo almeno, erano soprattutto i microrganismi quelli presenti nella sua saliva, loro, che si tuffavano in aria, barcollavano, disegnavano cerchi concentrici, per poi finire in faccia, a te, sulla tua faccia, a uno a uno potevo vederli, mi sembravano quasi dei personaggi, sembravano Leopardi, Kafka, Conrad, sembravano te, i suoi microbi, così uguali a te. In quel momento non eri più niente, né la migliore, né niente, un po’ sporca, annaspavi succube dei suoi microbi, e dei tuoi microbi, in una miscela di sapori che il solo pensiero mi irritava, vedere la tua faccia, vedere lui, uno scambio di opinioni, di particelle che si scambiano, i suoi microbi nei tuoi microbi, i tuoi microbi, nei suoi microbi.
    Vederti così sprigionava in me un certo schifo, ma non paura, quella no, anzi, ho cercato con coraggio il perché di quel gesto, il suo gesto, inconsapevole, come faceva un uomo a sapere di quante schifezze si trasmettono quando si parla senza controllare la produzione salivare, lui, che pensava solo al suo telegiornale, e io, che cercavo di distrarlo, mostrando come solo un’amica potrebbe fare parti del mio corpo dove potesse facilmente alitare o sputare: i miei capelli scompigliati, i vestiti sdruciti, le mie orecchie, come poteva non aver voglia di alitarmi nelle orecchie, io davanti a lui, i lobi vergini, la pelle candida, la mia pelle, io che lo facevo per te, solo per te, io, a differenza di lui, ho iniziato a starti simpatica.

  2. anonimo 29 dicembre 2007 a 04:20 #

    Batteri, batteri, batteri… quel tavolo era infestato da microrganismi invisibili e malefici. Saltellavano da un punto all’altro senza sosta. Ora rosicchiavano il pollo nei piatti incrostati d’olio di seconda scelta, ora divoravano il nostro corpo inerme. Tuo padre poi ci metteva del suo. Ad ogni boccone lanciava zaffate pestilenziali, capaci di stendere un bisonte nel pieno del suo vigore. Tu, povera vittima designata, non te ne curavi. Osservavi quell’esercito di tossine conquistare a poco a poco le tue carni. Nessuna forma di protesta si levava dalle tue fragili labbra, le socchiudevi come per parlare, ma niente… inghiottivi le parole prima di sputarle in faccia a quell’omone barbuto. Ribellati pensavo, ribellati. Per una volta alza la voce e chiedi una disinfestazione generale. Nulla, la tua risposta era il silenzio. Non ne potevo più, quel mutismo colpevole mi gonfiava i polmoni di rabbia: dentro ero in tumulto. Dio quei microbi, ancora loro… mi nauseavano, erano ovunque. Bottone dopo bottone, li vedevo arrampicarsi lungo la camicia scolorita che amavi tanto. Poi, mentre ti picchiettavi il petto per digerire tutte le frasi non dette, li vedevo balzare sulle tue dita scheletriche e compiacersi per il traguardo raggiunto. Ma quella era solo una tappa di un percorso più ambizioso. Da lì, si catapultavano in direzione della bocca provando a centrarla. Alcuni finivano per schiantarsi contro gli zigomi o contro la punta del naso, altri rimanevano schiacciati tra le pieghe delle labbra, i più fortunati invece, riuscivano a trovare l’accesso agognato. Per loro l’atterraggio era morbido. Ad accoglierli c’era una calda striscia di saliva che, scivolando sul dorso della lingua, li conduceva dritto agli organi vitali: quelle bestioline abominevoli ti stavano succhiando la vita e tu restavi calma, serafica. Inorridendo, le immaginavo mentre ti rosicchiavano il cuore con ritmo costante, maniacale… e il tuo respiro si faceva sempre più affannoso, pesante. No, non potevo lasciar correre, dovevo intervenire per evitare il compiersi di una sorte inaccettabile. Del resto, io stessa ero stata presa di mira da quelle frotte di insulsi parassiti. La mia esistenza era in pericolo quanto la tua. Così, mi feci coraggio e decisi di affrontare tuo padre di petto: me ne fregavo se era intento a mangiare e a seguire il telegiornale. Forse però, per essere credibile, avrei dovuto darmi una sistemata: ordinare i capelli, indossare vestiti senza toppe, togliere gli anelli di metallo dalle orecchie sporche di cerume. Mio Dio, come ero conciata!? Dovevo scappare da quel tugurio e portarti via con me, altrove, in un luogo pulito, sicuro, asettico.

    salvatore

  3. anonimo 29 dicembre 2007 a 11:45 #

    Con tuo padre in casa ti agitavi da morire, un’epilettica. Andavi da una stanza all’altra dell’appartamento e muovevi al tuo passaggio tanta di quella polvere che un asmatico ci avrebbe lasciato la pelle in un attimo. Se non altro la smettevi di disegnare sul tavolo. Sottovalutiamo sempre più spesso le potenzialità cancerogene dell’inchiostro. La matita, con la matita dovremmo ritrovare il piacere di disegnare. Ovviamente non in cucina come avevi la malsana abitudine di fare tu. Il luogo meno adatto e tu l’avevi eletto a lavagna dei tuoi pensieri. Non hai la più pallida idea di come il tratto orale possa divenire una fucina di infezioni. Dio mio, rabbrividisco solo a pensarci. Comunque, per tornare a tuo padre, ti eclissavi davanti a lui, sparivi, ti facevi piccola piccola, microscopica quanto una colonia di Escherichia coli. Ma questo infimo organismo genera fastidio, impone la sua presenza. Riesce a provocare un prurito e un’infiammazione tali nel tratto urogenitale, che solo un potente antibiotico può metterlo a tacere. E invece tu, tu sì che tacevi con tuo padre. Tutte le tue certezze si paralizzavano, si sfaldavano, si laceravano. Avevi paura. Tanto che ad un certo punto ho pensato fossi oicofobica, o che la sindrome da burnout ti avesse annichilito. Ma no, era solo paura. Paura di tuo padre. A vederti così, indifesa e impotente, mi saliva una febbre di rivalsa, un delirio di onnipotenza. Perché io non ho mai paura. Io le fobìe le fagocito e le distruggo, e poi, anche fosse, un bella dose di litio e l’umore torna stabile che è una bellezza.
    E così ho iniziato a parlare con tuo padre, parlavo parlavo, sembravo affetta da una logorrèa da disturbo bipolare. Lo costringevo a non curarsi del telegiornale, lo convincevo che i media sanno solo ossessionarci con epidemie e cancro alla prostata.
    Ma a tuo padre piacevo. So bene che non ero come te. Ma credo davvero che nonostante il talco anti-parassiti che mi ingrigiva i capelli, la mascherina contro lo smog che rendeva la mia voce lievemente robotica, i guanti di lattice…insomma, credo che nonostante l’aspetto, tuo padre mi trovasse stimolante.
    Sara Trabalzi

  4. anonimo 29 dicembre 2007 a 12:50 #

    In presenza di tuo padre vacillavi e perdevi le tue certezze. Quando il suo respiro pesante si faceva percepibile, quando il suo sudore si spandeva per la stanza, le tue certezze barcollavano, sparivano anche i tuoi cari Leopardi (quell’omuncolo sporco e deforme che si nutriva solo di gelati!), Kafka (il suo pensiero mi mette i brividi come quello di uno stercorario!) e Conrad (i suoi fiumi stagnanti sono pestilenziali, letteratura malarica). Avevi ragione: rientrava in casa dopo una giornata di lavoro, neanche si lavava le mani e si sedeva a tavola per abbuffarsi come un animale.
    Non eri più la prima della classe, di quella nostra fetida classe che ricordo solo per l’aroma complesso di scarpe puzzolenti e sudori d’ogni genere, non eri tu il tema perfetto, la pagina pulita e intonsa, come t’apprezzavo, come apprezzavo le tue risposte e la tua pronuncia senza schizzi di saliva! Quando tuo padre era nella stanza non eri più niente, eri una bestiolina timorosa, sebbene mi pesi usare questa parola riferendomi a te, sai bene quanto gli animali mi disgustino, quanto mi faccia rabbrividire il pensiero che non si lavano se non leccandosi l’un l’altro. Misuravi le parole, ti mostravi servizievole e vederti mi faceva provare un desiderio di rivalsa, oppure, essendo tu quella che tremava e sudava in quel momento, io ero esonerata, non tremavo, non sudavo soprattutto, profumavo di colonia Atkinson e non temevo nulla. E così iniziavo a raccontare per cercare di distrarre tuo padre dal telegiornale, mi incaricavo di tutto il peso che comportava guardarlo negli occhi e lasciare che mi respirasse in faccia, alitando. Trattenevo l’urto del vomito. Ormai il mio apparato digerente era diventato quasi un insieme di organi volontari, vomitavo quando volevo il cibo cucinato da mia madre, trattenevo l’istinto che mi procurava tuo padre. Ti risparmiavo quel supplizio e tu nemmeno mi ringraziavi. Lo facevo per salvarti. Lui mi prestava attenzione e mi rendevo conto che c’era della materia verde tra i suoi incisivi. A tavola si abbuffava come un animale, eppure desideravo la sua attenzione. Riuscivo ad ottenerla. Mi guardava con gli occhi lupeschi di un gatto, mi squadrava, sapevo che non poteva che biasimare il mio vestiario da accattone, ma la maschera che m’ero costruita era ormai consolidata, era la mia certezza, il mio simulacro d’identità e con un enorme sforzo, quello d’un attore che ogni sera calca il palcoscenico con indosso una palandrana pesante e polverosa e trattiene gli starnuti mentre recita la parte, continuavo ad indossare gli stessi jeans, ad aggiungere orecchini: senza quei segnali sarei stata un’anonima brava ragazza come te, una tra le tante, tuo padre non m’avrebbe degnata d’uno sguardo.

    Benedetta Ventrella

  5. anonimo 2 gennaio 2008 a 23:08 #

    (Interno condominiale. Un uomo carico di sacchi di plastica sale le scale affannato. Una ragazza attende sul pianerottolo. Fuori, temporale)
    “Che fai lì davanti, hai bussato? È da molto che aspetti?”
    (Suona alla porta, più volte)
    “Siamo alle solite. Sarà chiusa nella sua stanza con la testa persa dietro ai libri e non sente. Prendo le chiavi ed entriamo. Visto che tempaccio?”
    (Posa i sacchi per terra. Cerca nelle tasche)
    “Non si capisce come vestirsi: caldo, freddo; un momento il sole, ora tutta quest’acqua. Certo che poi ci si raffredda e si cade malati; tutta la città sembra raffreddata: chi starnutisce, chi si soffia; uno prende l’autobus che scoppia di salute e quando scende ha già incubato l’influenza; per forza! si porta addosso i germi di tutti! Ma io no. Intanto l’autobus, il meno possibile e poi, vedi, prendo le mie precauzioni.”
    (Cava un oggetto dalla tasca)
    “Le ho comprate proprio ora in farmacia: simpatiche queste mascherine vero? Ce n’è bianche, verdi e anche blu, mi pare. Cento, cento euro, sono un poco care forse ma a me fanno lo sconto perché mi conoscono.”
    (Rintraccia le chiavi in tasca, finalmente. La ragazza fa per entrare in casa)
    “Ferma, dove vai! Scusa, sai com’è. Vero che questo diluvio ha lavato le strade in lungo e largo, ma quando piove il fango che si appiccica alla scarpe non è normale. Aspetta…”
    (Rimesta fra i sacchi e tira fuori delle buste trasparenti)
    “Ecco, così non abbiamo bisogno di toglierci le scarpe. Le puoi calzare di sopra, come negli ospedali. Non hai visto dr House? Brava, così. Dammi l’ombrello ora che lo sgoccioliamo fuori; l’impermeabile…grazie, se no combiniamo un pantano; cappello… sciarpa, così li mettiamo tutti insieme. A casa, lo sai, faccio tutto da solo e se non si sta attenti non si finisce mai di pulire.
    (Entrambi si tolgono i soprabiti, la ragazza anche cappello e sciarpa. Glieli porge. L’uomo apre un grata che chiude un rientranza nel muro accanto alla porta. Vi ripone i vestiti)
    “Hai visto che bel lavoretto che ho fatto? Con i delinquenti che girano da per tutto e si infilano pure per le scale non si è liberi di lasciare niente sul pianerottolo. Lei dice che sono esagerato, invece le precauzioni non sono mai abbastanza.”
    (Entrano in casa. Vestibolo. Chiama)
    “Niente, che ti dicevo? Tutto il santo giorno per i fatti suoi; e poi, quando esce, sempre a prendere, a toccare, a spostare ogni cosa; pare lo faccia apposta a girarmi attorno con quella finta aria smarrita, giusto per farmi salire i nervi. Che tocca a me tanto rimettere a posto; l’ordine ci vuole, sennò…
    E sono io l’esagerato. Esagerato…ma dimmi tu! Se si lasciasse, per dire, il ripiano di cucina bagnato in un niente: fradicio. Ma lo sai che i batteri non aspettano altro che un bel piano di formica fradicio per crescere e moltiplicarsi? E di lì al resto della casa, puoi immaginare…
    Le finestre poi…ma santa ragazza che ti costa, gliel’ho detto mille volte, dico, che ti costa tenerle chiuse; cambiare l’aria, siiì…con l’inquinamento del giorno d’oggi meglio tenersi la propria di aria, che quella almeno so di cos’è fatta.”
    (Depone i sacchi per terra. Su un grande foglio di plastica steso in terra, per l’esattezza)
    “Sai che ti dico? Ho proprio l’impressione che oggi non la vedrai la tua amica. E’ l’ora del telegiornale, mi fai compagnia? Così ci facciamo pure due chiacchiere e mi racconti le tue belle storie, che mi piacciono.”
    (Fa per entrare in soggiorno. Si blocca, attonito, sulla soglia. La ragazza lo raggiunge alle spalle)
    “…e …e ..e …que …que …quello …lì …sul divano …ch, ch …cos’è?”
    “Una gran bella piramide di merda direi”, dice la ragazza.

    Luigi Scaffidi

  6. cricetomannaro 4 gennaio 2008 a 21:59 #

    Davanti a tuo padre caracollavi, entrando sicuramente in contatto con quell’infinità di germi e batteri che si annidano subdolamente nell’aria. Niente più disegni, e dunque cumuli di grafite polverizzata mista a trucioli di gomma da cancellare che rendono inavvicinabile la scrivania; niente più parole, quindi meno microbi espulsi dal cavo orale che vagano per l’aria; niente più concetti e riflessioni, come quelli che faccio in metropolitana quando penso al momento in cui finalmente mi potrò lavare. Di fronte a tuo padre che, sono certa, non si lavava più di tre volte al giorno, le tue certezze barcollavano. Non c’erano più Leopardi, inconsapevole che i passeri solitari sono pieni di pulci, o Kafka, che poteva ben comprendere il mio disgusto per gli scarafaggi, o Conrad, pronto a strapparti agli indigeni come da una colonia di locuste. Non eri più il tema migliore, la miglior risposta, come un detersivo inadeguato incapace di annientare lo sporco infetto. Non eri più niente, né la migliore, né niente, cioè quello che giudicherei un sogno: la sterilità assoluta. Eri una bestiolina intimidita, simile all’ultima tarma che ho scovato nel mio armadio dopo averlo imbottito di naftalina; diventavi succube, subalterna come un parassita. Misuravi le parole come io misuro le dosi di amuchina. Ti mostravi servizievole. Vederti così, sprigionava in me un voglia di rivalsa seguita da un preoccupante prurito, oppure, siccome eri tu ad avere paura, io stavolta ne ero esonerata e mi sentivo miracolosamente libera da ogni lordura. Io non ne avevo affatto e potevo dunque dedicarmi senza impedimenti alla lotta agli acari.
    E così iniziavo a raccontare a tuo padre quale fosse il metodo migliore per sterilizzare la casa, cercando di distrarlo insidiosamente dal telegiornale, come i sostegni degli autobus distraggono me da ogni pensiero che non sia “non mi sorreggerò mai a te, piuttosto la morte”, costringendolo a rispondere alle mie domande circa la sua opinione in merito all’efficacia dell’acido muriatico per la pulizia dei bagni. E così, nonostante i miei capelli scompigliati ma candidi, i miei vestiti sdruciti ma lavati con l’ossigeno attivo e la fila di anelli di metallo alle mie orecchie, che avevo cura di sterilizzare ogni quattro ore, io, accanto a te, che stavi seduta in un angolo come lo stafilococco annidato sulle maioliche, la felpa rossa sui Levi’s, entrambe adoperate ininterrottamente da più di due giorni, le scarpe da ginnastica lavate forse il mese scorso, i lobi vergini, la pelle candida, mi auguro per la pulizia e non per qualche fungo, io a differenza di te, ho iniziato a stargli simpatica come a me il Lyso Form.

    Laura Perilli

  7. anonimo 7 gennaio 2008 a 10:08 #

    In presenza del padre gli amati libri, i disegni, tutte le convinzioni della figlia sparivano d’un tratto, e sul suo viso si poteva vedere chiaramente la paura che quell’uomo doveva farle. Tanto era grande il terrore che l’assaliva quando lui rientrava in casa, che si affrettava a nascondersi nell’angolo più sudicio della casa pur di non essere vista, anche a costo di essere assalita, divorata dagli acari che di certo abitavano felicemente, e indisturbati, quell’angusto ripostiglio, con dentro ogni genere di cose inutilizzate da tempo, ma che nessuno aveva pensato bene di buttare o bruciare, riducendo così, in modo sensibile, l’abnorme quantità di sporcizia presente in quasi tutte le case. Mentre lei restava nascosta, inerme e muta, salva dal padre, ma non da quegli esserini invisibili e orripilanti, portatori subdoli d’ogni genere di malattie, l’amica si intratteneva, e con grande piacere, a chiacchierare con suo padre. Ad impressionarmi non era tanto lo sfacciato e indecente tentativo della giovane ragazza di sedurre l’uomo (fin troppo accondiscendente), quanto piuttosto lo squallore della scena in quella stanza e il disgustoso aspetto della ragazza. L’uomo, appena rientrato in casa dopo il lavoro, visibilmente stanco, si era disteso sul divano a guardare il telegiornale ma – e la cosa mi fece quasi svenire dall’orrore – non aveva avuto la buona creanza di togliersi prima la divisa da poliziotto che aveva indosso fin dal mattino, quando era uscito per andare al bar a fare colazione insieme al suo collega e, come d’abitudine, aveva ordinato cappuccino e cornetto (i cornetti erano disposti sul bancone, alla portata di tutti, e ciascuno era libero di toccarli). Poi, con quella stessa divisa, aveva preso la metropolitana e si era recato alla stazione di polizia, dove aveva preso una volante per andare a fare un giro di pattuglia nelle zone più malfamate e sporche della città. Infine, aveva fatto lo stesso percorso per tornare a casa la sera quando, incurante di tutto questo, si era accomodato in salotto: immaginate i suoi abiti, come dovevano essere impregnati di tutti gli odori nauseabondi della città, e infestati da ogni genere di microbi che ora si trasferivano sul divano e che presto avrebbero infettato la casa intera. La ragazza, dal canto suo, non si accorgeva di nulla, anzi probabilmente doveva sembrarle normale, e continuava a parlare con disinvoltura. Del resto anche lei era davvero inqualificabile: i suoi capelli erano unti e le stavano incollati alle tempie e il suo aspetto mostrava quanto poco tempo dedicasse alla sua igiene personale. Uno spettacolo davvero raccapricciante, che devo cercare di dimenticare se non voglio impazzire del tutto!
    livia pierini

  8. anonimo 8 gennaio 2008 a 12:54 #

    Corre la mano veloce sul sanitario luccicante. Corre, da vederne solo la scia del movimento col mio elegante guanto di lattice. Corre, come corrono i pensieri mentre cerco di raggiungere la sporcizia ad ogni angolo della vasca, ginocchioni, con quella leggera patina di borotalco che separa la mia pelle dal guanto e quella sicurezza che solo anni di esperienza ti può dare. Chiedimi come fare a levare una macchia di sangue da una ceramica smaltata, chiedimi come eliminare le incrostazioni di calcare dal lavello della cucina, chiedimelo, sono qui per questo. Ma non chiedermi di capirti, perché anche adesso, mentre lucido la maniglia della porta (chissà quante mani sporche l’hanno toccata), anche adesso che sto facendo altro, il mio pensiero cerca di cogliere qualcosa che di te ancora mi sfugge.
    Non ho mai capito perché ogni volta caracollassi davanti a tuo padre. Forse era lo stesso motivo per cui esitavo anche io in sua presenza: aveva denti giallognoli ricoperti da quella leggera patina tipica di chi presta poca cura all’igiene orale e guardandogli le mani potevi scorgere delle piccole linee scure sotto alle sue unghie, quasi a demarcarne i limiti massimi delle dita. Anche io, amica mia, provavo un certo senso di smarrimento al suo cospetto, mi sentivo girare la testa e mi domandavo come facesse tua madre a permettere a quelle mani di toccarla, a quella bocca di baciarla. Ma te sembravi soffermarti su altro. Se c’era lui d’improvviso smettevi di scarabocchiare quei disegni ossessivi sul tavolo della cucina, e ti confesso di aver provato sempre l’impulso di strapparti dalle mani le matite colorate, di cancellare quelle linee grossolane che stavano rovinando la perfezione plastificata del bianco della tovaglia. Non mi hai mai capita, ma nemmeno io ti capisco se è per questo. Se c’era lui diventavi taciturna, succube come una bestiola alla catena, talmente sottomessa da farmi venire voglia di pulire. Vorrei davvero consigliarti un modo per evadere, farti capire che prima o poi dovrai pur sfogare la tua paura, e se ti sfogassi fisicamente proprio come faccio io? Chessò: pulire fino a fondo casa, spostare mobili e tavolini, arrampicarsi in cima alle finestre per staccare le tende… Ricordi quella macchia marrone in fondo alle scale? E quelle tende giallognole in soggiorno? Vieni a casa mia, vieni a vedere: eliminandole ho come avuto la sensazione di eliminare anche il pensiero di mio padre. Dovresti provare.
    Con tuo padre non ho mai avuto problemi, a differenza tua che ne provavi quasi paura, eccetto forse qualche battibecco sull’eccessiva sporcizia del tuo garage o sull’accumulo di polvere sulle mensole alte della cucina. Delle volte mi piaceva distoglierlo dal telegiornale, costringerlo a controbattere alle mie argomentazioni sull’esigenza di una maggiore pulizia nelle strade del quartiere, sulla fenomenologia dei programmi statali di ammodernamento degli impianti fognari, o meglio ancora sui motivi per i quali, a mio avviso, ci sia ancora qualcuno che non si rende conto che essere puliti e vivere in un ambiente pulito sia l’unica risposta allo sporco che c’è intorno. E così, nonostante toccassi le maniglie di casa proteggendomi con fazzoletti sterili, nonostante preferissi portarmi le posate da casa quando mi invitavate a cena, e nonostante sentissi il bisogno di pulirvi il bagno ogni volta che mettevo piede a casa vostra, io, seduta accanto a te, che avevi le mani sporche di matite colorate, quella patina opacizzante sulle lenti degli occhiali e i jeans sempre pieni di patacche, io, a differenza di te, ho iniziato a stargli simpatica.

    Michela

  9. anonimo 8 gennaio 2008 a 17:52 #

    igienista

    Dinanzi a tuo padre, al suo sguardo igienista, attento a controllare se avessi eseguito la pulizia quotidiana del tuo corpo, crollavi quasi a terra, sul pavimento sporco infestato dai batteri portati dentro casa dalle scarpe che non ti eri ancora tolta, rischiando di sporcarti proprio alla sua presenza. Non ti avrebbe mai perdonato un oltraggio del genere! Non contavano più i tuoi disegni, eseguiti con matite, penne e colori passati di mano in mano e sulle cui superfici si annidavano i germi, neppure le parole, che uscivano insieme ai batteri dalla tua bocca non disinfettata con il collutorio, avevano più senso, né i pensieri, anch’essi contaminati a loro modo. Le certezze che avevi trovato in quei polverosi contenitori di cultura, di un tal signor Leopardi, un Kafka o un Conrad, che in realtà erano soltanto trasmettitori e portatori di insidiose malattie allergiche della pelle o d’improvvisi attacchi d’asma, anche quelle non esistevano più, insieme alla tua igiene personale. Eri una bestiolina intimidita, che prima ramazzava all’aperto raccogliendo tutte le immondizie e poi pretendeva di entrare in casa senza essersi sottoposta prima ad una sterilizzazione, succube di tuo padre che si aspettava molto da te, servizievole all’inverosimile ma incurante di lavarti scrupolosamente le mani dopo aver svolto le faccende di casa. Eri attenta a soppesare le parole una ad una, anch’esse contaminate da un alito appesantito a causa di quello che avevi mangiato la sera precedente, dimenticandoti di eseguire la giornaliera pulizia del cavo orale con uno spazzolino che usavi ormai da troppo tempo e che era evidentemente infetto. La paura che avevi nei confronti di tuo padre m’infastidiva e allo stesso tempo creava in me un senso di rivalsa: non ero intimidita da lui, poiché anch’io ero ossessionata dall’igiene quotidiana e questo era un punto di forza e d’incontro tra me e lui. Così andavo da tuo padre a porgli mille quesiti mentre lui guardava la televisione su uno schermo non spolverato abbastanza, dimora di altri germi oltre a quelli che già si erano fatti la tana in ogni angolo dell’abitazione a causa dell’apertura continua delle finestre e della porta. Ed io, con i miei capelli spettinati ma lavati con degli shampoo appositi anticaduta ed antipidocchi (non si sa mai), i miei pantaloni usurati dai costanti lavaggi a 60°, i miei lobi forati da orecchini in metallo anallergico che ogni sera mi accingevo a disinfettare con premura prima di coricarmi nelle mie lenzuola pulite, a differenza di te, che stavi accovacciata in un angolo pregno di polvere, vestita con la solita felpa rossa che indossavi ogni giorno e probabilmente non lavavi da un sacco di tempo, con i tuoi jeans che erano stati a contatto con chissà quante superfici infette, e le tue scarpe da ginnastica, poi, che avevano calpestato di tutto e che non ti premuravi neppure di pulire bene sullo zerbino all’ingresso di casa, anch’esso a sua volta pullulante di infiniti acari invisibili a occhio nudo, la tua pelle non detersa con saponi purificanti, ebbene io ero riuscita ad accattivarmi la simpatia di tuo padre, mentre tu no.

    stefania

  10. anonimo 9 gennaio 2008 a 19:23 #

    Erano tutti seduti intorno al tavolo. Mangiavano. Si abbuffavano. E mentre si abbuffavano parlavano, con quelle disgustose bocche spalancate. Fameliche. La ragazzina prendeva il pane con quelle sue mani luride. Luride. Chissà da quanto non si lavava le mani. Si toccava i capelli e toccava il pane. I capelli appiccicosi, intrisi di fumo di sigarette e sudore. Sì, lo toccava con le sue mani lerce, mangiucchiate. Tutto in lei era lurido. Persino l’aria che respirava. Luride le mani, luridi i capelli, luride le orecchie con tutta quella fila di piercing. La moda, dicono! Ma non lo sanno che portano malattie? Che è antigienico farsi bucare le orecchie? Non li cambiano mica gli aghi, li sterilizzano. Ma non c’è da fidarsi. Quanti milioni, miliardi di batteri si annidano in un piccolo ago, nessuno lo sa. La letteratura insegnano a scuola, la storia, quando sarebbe molto più utile un microscopio per mostrare a questi ragazzi i pericoli che si annidano in un singolo, piccolo ago. E poi, chi si fa i piercing, si sa, o è drogato o comunque è un disgraziato. E lei, con quella faccetta scavata e quei denti ingialliti dalle troppe sigarette, sicuramente si avvia su una brutta strada. Eppure nessuno sembra accorgersene. La sua amichetta se ne sta in un angolo, zitta. È proprio una brava ragazza, pulita, si vede che sua madre le ha insegnato l’igiene personale, un po’ di disciplina. Certo è silenziosa. Lei non parla a tavola. Suo padre è un uomo severo, tutto d’un pezzo. Ma in quanto a educazione anche lui lascia a desiderare. Mangia, guarda la televisione e parla con la ragazzina. Mangiare e parlare. Non si deve parlare mentre si sta mangiando. Prima di tutto perché insieme al cibo si ingoia anche l’aria, e questo può provocare gonfiore e cattiva digestione. E poi perché vedere un essere umano che rivolta il bolo dentro la bocca mentre discute del tempo che fa, è disgustoso. Soprattutto quando non si pulisce la bocca prima di bere. Già è difficile pulire e igienizzare a dovere le stoviglie dopo aver mangiato, poi se ci rimane attaccato del cibo, allora l’impresa diventa titanica. Si devono mettere in ammollo i piatti, in acqua bollente e magari con un po’ di amuchina, poi bisogna lavarli con la spugnetta rustica e strofinare, strofinare. Ma si sa, i bordi dei bicchieri sono traditori, rimane sempre qualcosa, una macchia di rossetto, una particella di cibo. Non si strofina mai abbastanza. Eppure nessuno sembra accorgersene, guardano la tv, mangiano, inconsapevoli dei pericoli che li circondano. Inconsapevoli che il vero pericolo si nasconde nei bordi dei bicchieri, tra i denti della forchetta, sull’orlo del piatto, sotto le unghie, tra i denti. Il pericolo sono i batteri. I batteri sono dappertutto. Ci circondano, si nascondono alla vista ma sono sempre accanto a noi. Sono miliardi. E ci uccidono.

    Eleonora

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: