25 Ott

La salsiccia

Trasformare il racconto La salsiccia di Friedrich Dürrenmatt secondo le indicazioni sotto riportate.

Qui trovate riunite le trasformazioni degli allievi del corso principe per redattori editoriali di Oblique.

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3 Risposte to “”

  1. anonimo 26 ottobre 2006 a 15:58 #

    Il Signor Chevrel, cinque anni prima di uccidere la moglie e farne salsicce, lavorava presso una banca e tutto il suo patrimonio consisteva nel magro stipendio di impiegato. Era un giovane ai quali la cattiva sorte aveva insegnato rapidamente come vanno le cose della vita e la natura l’aveva dotato dell’immenso vantaggio di un aspetto gradevole, direi quasi bello.
    Dopo aver trascorso le giornate sui numeri, la sera lo si poteva incontrare nei salotti più esclusivi di Parigi: possedeva, infatti, quel bagaglio di nozioni necessarie a chiunque volesse farsi notare in società. Brillante conversatore, dai modi affettati ma eleganti era oggetto degli sguardi maliziosi che una signora, degna di tale nome, potesse permettersi senza compromettere sé stessa e il buon nome del suo casato.
    Antoine Chevrel, dagli occhi verde smeraldo, avrebbe potuto diventare l’amante delle donne più belle e ricche – troppo spesso mogli annoiate di mariti goffi e vecchi – della Capitale francese; avrebbe ricevuto in dono vestiti, gioielli, residenze, ma non un riconoscimento e una dignità sociale.
    Fu così che una sera, in casa del suo principale, vide una giovine di rara bruttezza, ma dall’enorme ricchezza. Imbellettata come una bambola, il viso incorniciato da una treccia color cenere. Nella sua mente ambiziosa da quell’attimo non vi fu altro pensiero che sedurre l’ingenua ragazza, e costringerla, una volta averle fatto perdere la virtù a sposarlo.
    Facile intuire che, dopo quotidiane visite alla casa della malcapitata, corredate da lettere appassionate e fugaci carezze, mademoiselle acconsentì a una passeggiata in carrozza di nascosto dalla madre e dalla sorella maggiore, anch’ella persa nello sguardo ammaliatore di Chevrel.
    Con la complicità del cocchiere, la coppia si lasciò alle spalle i troppo frequentati e quindi pericolosi boulevard della Vie Lumière e si diressero in aperta campagna. I baci ardenti, le mani esperte e il sorriso disarmante di Antoine fecero breccia nell’oramai perduta Josefine. Le porte del bel mondo parigino si spalancarono, però questa volta Antoine le oltrepassava da marito rispettabile e padre dell’erede dell’immensa fortuna dei Dubignac.
    Il suocero di Chevrel, da esperto notaio, aveva però fatto redigere un contratto prematrimoniale, in cui si asseverava che il novello genero non avrebbe ricevuto il becco di un quattrino in caso di separazione e comprovati tradimenti. Capite bene che sperare in una dipartita prematura e fortuita della signora Chevrel o, peggio ancora, attenderne la vecchiaia per appropriarsi dei beni di famiglia e goderne da uomo libero rendeva il nostro ogni giorno che passava sempre più smanioso e impaziente.
    Con la mente lucida, degna di un Talleyrand, architettò il suo piano risolutore: uccidere la moglie e approfittare della cottura delle parti mozzate del pingue maiale del podere di campagna per far sparire il cadavere.
    Ciò che rimane di questa orripilante vicenda – e della signora Chevrel – è una salsiccia, che in questo preciso momento fa bella mostra di sé davanti al giudice. Ebbene sì, la sparizione improvvisa della mademoiselle Dubignac ha destato sospetti. Troppe le lacrime dell’inconsolabile marito e troppo sospetta la coincidenza della morte del predestinato suino con la scomparsa della vittima.
    Il giudice ogni tanto gratta il suo pidocchioso parruccone, quasi incurante del processo che si sta svolgendo dal basso. Lui, dall’alto del suo ligneo scranno ascolta distrattamente la difesa dell’imputato.
    «Vostro Onore», enfaticamente Chevrel accomodandosi il foulard, «non avete alcuna prova della mia colpevolezza, solo effimeri indizi».
    L’accusa prontamente ribatte: «Signor Giudice, mi appello alla Sua intelligenza e alla Sua esperienza. Come negare rango di prova alla salsiccia qui presente, residuo ultimo di vita umana, così barbaramente negata».
    Il giudice osserva perplesso il salume rossastro e nella sua mente fa fatica a ritenerlo un essere umano, in lui prevale piuttosto il senso di vuoto che un parco pranzo gli ha lasciato.
    Nel frattempo, all’obiezione dell’accusa si contrappone nell’insano cervello di Chevrel l’idea risolutiva che lo renderà libero e impunito. Con balzo felino, salta la sbarra degli imputati e ingerisce l’intera salsiccia.
    Il martello del giudice sentenzia l’assoluzione dell’imputato per mancanza di prove.

    Cosetta Vallerini

  2. anonimo 26 ottobre 2006 a 17:48 #

    1)

    Valmont uccise la moglie e ne fece delle salsicce. Del fatto non si seppe nulla in città, ma la polizia lo arrestò.
    Fu rinvenuta un’ultima salsiccia, ma nessuno ne parlò. Un giudice mediocre a malincuore si occupò del caso.
    L’aula è cupa. Fuori piove. Le pareti sono opache. La gente è annoiata. L’aula è semivuota. Fra una persona e l’altra c’è il nulla. I lampadari sono pieni di polvere. Sulla destra luccica la testa pelata del pubblico accusatore. È rossa. Il difensore è a sinistra. Porta occhiali dalle lenti finte. Valmont è sorvegliato da due poliziotti. Ha mani sottili. Le dita curate. Il giudice quasi scompare dietro lo scranno. La sua toga è di un nero scolorito. La barba anch’ essa come una bandiera scolorita. Vacui gli occhi. Pallida la fronte. Rade le sopraciglia. La sua espressione è vacua. Davanti a lui, la salsiccia. Poggiata su un piatto. Sopra il piccolo giudice, incombe la giustizia. Ha gli occhi bendati. Nella mano destra regge una spada. Nella sinistra una bilancia. È di pietra. Il giudice accenna un lieve gesto. La gente mormora. I movimenti diventano incontrollabili. Il brusio si sparge per la sala. Il tempo corre inesorabile. Il pubblico accusatore si alza. Il suo ventre è un mappamondo. Il giudice si astrae. La fronte si distende. I suoi occhi guardano la sala senza un criterio. Lo sguardo non osa posarsi su Valmont. L’uomo si erge, le ginocchia sono salde. Le mani ferme sul tavolo. Un ghigno anima la sua bocca. Le sue orecchie si intravedono fra i capelli biondi. La salsiccia è davanti al giudice è rossa. Sta quieta. Gonfia. Le estremità sono tonde. Lo spago in cima è giallo. Riposa. Il piccolo giudice guarda di sfuggita Valmont. È maestoso. Come seta la pelle. La bocca un fiore. Le labbra due boccioli. Gli occhi grandi e luminosi. La fronte alta. Le dita affusolate. La salsiccia ha un odore gradevole. Si fa più vicina. La pelle è ruvida. La salsiccia è morbida. È dura. L’unghia non osa toccarla. La salsiccia è là. La sua forma è inquietante. Il pubblico accusatore tace. L’accusato reclina il capo. Il suo sguardo è fiero e sottile. Il giudice tentenna. Il difensore balza in piedi. Gli occhi danzano. Parole saltellano nella sala. La salsiccia sprizza. Il difensore tace. Il giudice supremo guarda in tralice l’accusato. Che sembra in alto. È un leone. Il giudice è impietrito, il suo sguardo esprime timore. Il giudice comincia a farfugliare. Le sue parole sono la disfatta della giustizia. Sfiorano come vento primaverile l’accusato. Le sue frasi sono orli sfilacciati. Cadono. Accarezzano. Levigano. La carne è dura e amara. Solida come una statua. La pelle è un po’ più tenera. Le pareti sono silenziose. Il soffitto arieggia. Le finestre si dischiudono silenziosamente. Le porte si erigono ferme. Le mura acconsentono. La città si risveglia. I boschi verdeggiano. Le acque scorrono, la terra fiorisce. Il sole splende. Il cielo è luminoso. L’accusato è assolto. La vita gli allarga le braccia. Il coltellino cade sul pavimento. Le dita sono appiccicose. Sono incollate alla toga nera. Il giudice farfuglia. L’aula è viva, l’atmosfera leggera. I polmoni pieni di aria. La gente gioisce. L’accusato si alza lentamente dalla sedia. È assolto. Tace. Si mostra in tutta la sua figura. È soddisfatto. Un pensiero prende forma nella testa. È grande, cresce, si fa gigantesco, si addensa. Si plasma. È come una sinfonia che avanza nell’aula giudiziaria. Si amplifica. Il nobil uomo, guarda con somma indifferenza la salsiccia. L’entusiasmo sovrasta la sala. Il giudice si accascia. La gente schiamazza. Il giudice è minuscolo. La sua voce è una tromba scordata. Tace. L’imputato può andare. Il giudice guarda il piatto, la salsiccia è lì, sospira. Il rumore è assordante. La gente lo ignora. Gli occhi del condannato sono socchiusi. Dentro c’è una domanda. La domanda è terribile. Fluisce nella sala. Si innalza dal pavimento, scivola lungo le pareti. Cade dal soffitto. Si insinua in ognuno. La sala si rimpiccolisce. Il mondo diventa un grande punto interrogativo.

    2)

    Ammazzò la moglie: ne fece poltiglia. Il fattaccio si riseppe. Il tale fu arrestato. Fu trovato l’ultimo pezzo. L’indignazione fu grande. Il giudice prese il caso. L’aula è luminosa. Il sole irrompe nelle finestre. Le pareti sono specchi abbaglianti. La gente è in fermento. L’aula è piena. Stanno seduti a bordo finestra. Sono aggrappati ai lampadari. Destra: il pubblico accusatore. Il difensore è a sinistra. Porta gli occhiali. L’accusato siede fra due poliziotti. Ha grandi mani. Le dita orlate di blu. Il giudice supremo troneggia. La sua toga è nera. La barba una bandiera bianca. Seri gli occhi. Chiara la fronte. Irte le sopracciglia. La sua espressione è umanità. Davanti a lui: la carne. Poggiata su un piatto. Sopra di lui: la giustizia. Ha gli occhi bendati. Nella mano destra una spada. Nella sinistra una bilancia. È di pietra. Il giudice alza la mano. La gente tace. I movimenti si bloccano. La sala si placa. Il tempo incombe. Il pubblico accusatore si alza. Il suo ventre è un mappamondo. Le labbra una ghigliottina. La lingua è una mannaia. Le parole martellano nell’aria. L’accusato trasale. Il giudice ascolta. Fra le sopracciglia una ruga. I suoi occhi come soli. Trafiggono l’accusato. Questi si accascia. Le ginocchia gli tremano. Le mani tremano. Gli pende la lingua. Le sue orecchie sporgono. La carne è rossa. Sta quieta. Gonfia. Le estremità sono tonde. Lo spago è giallo. Riposa. Il giudice guarda l’uomo. Che è piccolo. Come cuoio la pelle. La bocca un becco. Le labbra sangue disseccato. Gli occhi capocchie di spillo. La fronte piatta. Le dite grasse. La carne è odorosa. Si fa più vicina. La pelle è ruvida. La carne è morbida. È dura. L’unghia fa una mezzaluna. La carne è calda. La forma è soffice. Il pubblico accusatore tace.
    L’accusato alza il capo. È come un bimbo torturato. Il giudice alza la mano. Il difensore balza in piedi. Gli occhi danzano. Parole saltellano nella sala. La carne sprizza. Il difensore tace. Il giudice guarda l’accusato. Che sta giù in basso. È una pulce. Il giudice scuote il capo. Il suo sguardo è disprezzo. Il giudice parla. Parole giustiziere. Cadono come montagne sull’accusato. Le sue frasi sono lacci. Sferzano. Strangolano. Uccidono. La carne è tenera. È dolce. Si disfa come burro. La pelle è tenace. Le pareti rintronano. Il soffitto minaccia. Le finestre stridono. Le porte si scuotono. Le mura protestano. La città impallidisce. I boschi si disseccano. Le acque evaporano. La terra vibra. Il sole muore. Il cielo crolla. L’accusato è condannato. La morte spalanca le fauci. Il coltellino è sul tavolo. Le dita sono appiccicose. Scorrono sulla toga nera. Il giudice tace. L’aula è morta. L’aria pesante.
    I polmoni pieni di piombo. La gamba trema. L’accusato attaccato alla sedia. È condannato. Può fare un’ultima richiesta. Sta rannicchiato. La richiesta sguscia dal cervello. È piccola. Cresce. Si fa gigantesca. Si addensa. Si plasma. Disserta le labbra. Irrompe nell’aula giudiziaria. Risuona. Vuole mangiare la carne/moglie. L’orrore è un grido. Il giudice alza la mano. La gente ammutolisce. Il giudice è un dio. La sua voce: giudizio. Acconsente alla richiesta. Può mangiare la carne. Il giudice guarda il piatto. La carne è sparita. Tace. Il silenzio è cupo. La gente guarda il giudice. Gli occhi del condannato spalancati. Dentro c’è una domanda. La domanda è terribile. Fluisce nella sala. Cala sul pavimento. S’affigge alle pareti. Si rannicchia sul soffitto. S’impadronisce d’ognuno. La sala si dilata. Il mondo diventa un punto interrogativo.

    3)
    Ho provato di tutto anche a leggere Oceano Mare.
    Ho deciso di lasciarlo esattamente così perché Baricco usa un periodo breve(Senza Sangue) o leggermente più lungo, dove le parole creano un’atmosfera. Questa funzione nel testo è svolta dalla punteggiatura.
    Inoltre la domanda che alla fine del brano pervade l’aula del tribunale, potrebbe anche intendersi come il dubbio che quel gesto sia stato compiuto, per troppo amore. Un amore morboso e psicopatico.

  3. paesaggiodonna 8 novembre 2006 a 12:40 #

    Una sera ci siamo conosciuti,
    c’eri tu,
    c’ero io
    e c’era Claudio Morici…

    Miriam xxx

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