25 Ott

Trasformazione 1: il “tale” deve diventare nei modi, nell’atteggiamento e nella coscienza Valmont dei Legami pericolosi (o in altre traduzioni, Le amicizie pericolose) di Choderlos de Laclos. Basatevi unicamente sul testo in appendice tratto dal Dizionario dei personaggi di romanzo di Gesualdo Bufalino. La trasformazione deve essere sottile, verosimile, contestualizzata. Il giudice deve essere più titubante. Ogni connotazione accessoria deve essere ribaltata (esempi indicativi: “L’aula del tribunale è oscura”, “il pubblico seguiva il processo in silenzio”, le connotazioni fondamentali indebolite (“Il fattaccio trapelò appena”, “il perverso omicida è tentato di mangiare ciò che resta della moglie”). Lo stile scelto deve essere funzionale all’impalcatura architettata, del testo di partenza non deve rimanerci quasi nulla. Lieto fine.

16 Risposte to “”

  1. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:33 #

    Un uomo, tempo fa, venne accusato di aver ucciso la moglie e averne fatto salsicce. Il fattaccio trapelò appena, ma il tale venne comunque arrestato. Venne rinvenuta un’ultima salsiccia, e la sorte affidò il caso al giudice supremo del paese. La vicenda, tuttavia, non suscitò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati per un crimine così efferato.
    Il giorno del processo l’aula del tribunale era buia; il sole era coperto da nuvole scure e nessuna luce filtrava dalle finestre della sala. La gente, poca, seguiva il processo in silenzio e con scarsa partecipazione. Sulla destra c’era il pubblico accusatore, pingue e mezzo addormentato. Il difensore, dagli spessi occhiali da vista, stava sulla sinistra. L’accusato era seduto accanto a un poliziotto e batteva aritmicamente sul tavolo le dita, estremità pulsanti di due mani delicate ed eleganti. Su tutti, svettava il giudice supremo; un uomo anziano dalla folta barba bianca, stesa come il lembo di un lenzuolo sulla toga nera. Le sopracciglia, di solito irte, quel giorno incorniciavano discrete due occhi assorti e pensierosi, occhi nei quali si insinuava lo stesso dubbio che gli corrugava la fronte.
    Davanti a lui c’era la prova dell’empia mattanza: la salsiccia. Unica superstite del gesto cannibale, riposava su un piattino. Sulla sala troneggiava una statua bronzea della giustizia. Bendata, con la spada nella mano sinistra e la bilancia nella destra.
    A un gesto del giudice, il pubblico accusatore si alzò e iniziò la sua arringa. Come spinte fuori da mantici azionati senza troppa convinzione, le parole gli uscirono di bocca fiacche e aleggiarono sospese nell’aula come una pioggerellina senza sostanza. La gente non sembrava convinta; l’accusato pareva addirittura tranquillo. Il giudice ascoltava con attenzione, ma nessuna parola riusciva a piallare la ruga del dubbio sulla sua fronte. Gli occhi stanchi, viandanti indecisi di fronte a un bivio di campagna, cercarono quelli dell’imputato. Questi rispose allo sguardo mestamente, come cercare comprensione.
    Finito l’intervento dell’accusa, la parola passò al difensore. L’uomo si alzò prontamente dichiarando che l’imputato intendeva difendersi da solo.
    Il giudice, sorpreso, fece un cenno all’accusato.
    L’uomo si alzò composto e iniziò.
    “Vostro Onore, il qui presente pubblico accusatore Pantagruel mi taccia di aver ‘brutalmente assassinato’ la mia consorte, la ‘donna con la quale erano state scambiate eterne promesse d’amore e rispetto’ e la ‘futura madre’ dei miei figli. Oh! Mi si dipinge dunque come un lupo famelico, come il più volgare degli assassini, come un mostro di malizia che avrebbe strappato la vita da una vergine vestale! Se non mi trovassi dove mi trovo, e se non temessi mi mancarvi di rispetto, Vostro Onore, sorriderei perfino.
    È vero, mia moglie era brava e generosa: ma sono queste due virtù che mal si combinano tra loro quando a legarle sono le altrui lenzuola. Sì, la sua bravura nei giochi dell’amore era seconda solo al suo desiderio di dispensarla a chiunque ella concupisse. Ed è questa una verità che tutti conosciamo: negarla sarebbe inutile e ci renderebbe ipocriti e menzogneri.
    È così, da molto tempo ormai ella non era più mia solo. Eppure in quella tenebra io, folle, riuscivo lo stesso a vedere le stelle; finché lei si divideva tra vari amanti coltivavo ancora l’illusione di essere l’unico a possedere il suo cuore. Ma quando appresi – e lei stessa me lo disse ridendo, la disfacitrice! – che aveva abbandonato ogni altro letto per consacrarsi a un unico, giovane amante, il dolore fu troppo lacerante da tollerare oltre. Doveva tornare mia, e per sempre restarci; capii che il posto più sicuro era dentro di me. E forse che non avrei così salvato anche le tante famiglie che per sua colpa – lo vedo negli occhi di alcune delle dame qui presenti – si stavano avviando lungo la strada della distruzione?
    È così, Vostro Onore: ho ucciso mia moglie e ne ho fatto salsicce, l’ho mangiata! Ma chi ha fatto un torto a chi, chi è l’empio criminale scellerato? Un marito tradito e umiliato, un Prometeo a cui ogni giorno veniva divorato il cuore anziché il fegato, o una Semiramide lasciva e senza pietà? Madonna Giustizia ci sovrasta da quella parete, dispensatrice di pene ed equità: ma non è forse bendata? Non lo è forse per celare a occhio umano la direzione del suo sguardo, che segue strade per noi spesso incomprensibili ma che sono latrici di un giudizio emesso da chi è più in alto di noi? Chi punirebbe, lei? E chi punirete, Voi?”.
    L’accusato tacque, e tornò a sedersi al suo posto. La sala era scossa, punta nel vivo, atterrita. Il giudice supremo osservò l’imputato con uno sguardo paterno, e iniziò a parlare.
    Le sue parole furono sì le spade della giustizia, ma di quella vera e suprema, e non ferirono il volto dell’imputato.
    Assolto.
    Il giudice allungò il piatto, commosso, offrendo all’uomo la possibilità di completare la sua opera, di unirsi per sempre alla sua non amante amata.
    Emessa la sentenza il tale uscì dalla sala, e sorrise. Ghignò. Si diresse a passo svelto verso una casa che non era la sua.
    Era quella della donna che in quel periodo gli forniva trastullo col suo corpo e il suo cuore.
    Era la casa della sua ennesima amante.

    Stefano Bertone

  2. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:33 #

    Sono la prima? MMMM. Nessuno vuole immolarsi? Vabbè, allora vado. Sappiate che era molto più lungo, ma poi ho letto che la trasformazione doveva essere sottile e ho tagliato un sacco di cose. Buona lettura

    Nel Times del 17 marzo 1943 è riportata in un trafiletto dell’ottava pagina un fatto di cronaca nera dall’insolito titolo Moglie in salsiccia. L’episodio non ha avuto alcuna risonanza. C’è la guerra fuori.
    Il caso viene affidato ad un inesperto e giovane giudice di provincia.
    È mercoledì. La città scolora. Piove. Una pioggerella primaverile e incessante che copre il cielo e ha persuaso i curiosi a rimanere nelle proprie abitazioni. Non vale la pena di bagnarsi per assistere a un caso di second’ordine. L’aula del tribunale durante le giornate uggiose sembra più lugubre del solito. Le imposte delle finestre sono state accostate per non macchiare i vetri con l’acqua sozza che precipita dal cielo, il maltempo rende ancor più scure le sudice mura divenute negli anni di un unto grigio topo. Si sono presentate solamente otto o nove persone – me compreso – per assistere al processo. Tutti gli altri posti a sedere sono rimasti vuoti. Nessuno proferisce parola. L’aria è immobile.
    Il processo dovrebbe essere già iniziato da mezz’ora, ma nessuno sembra avere fretta. L’imputato approfitta del tempo a disposizione per studiare la situazione. Un usciere davanti alla porta controlla che nessuno abbandoni l’aula. Il pubblico ministero, ancora in piedi alla sua sinistra, è pensieroso. Con una mano regge le sue carte, ordinatissime, vi indugia ancora qualche istante, le dita dell’altra mano passano tra i capelli brizzolati come per raccoglie le idee. Alla destra siede il difensore. Si guarda intorno. Mi guarda. Credo usi le lentine.
    Suona la campanella. Tutti si alzano rivolgendo lo sguardo alla scritta di legno “La legge è uguale per tutti”. Finalmente si apre la porticina sovrastata dalle famose parole. Entra il giudice. Ha l’aria sconvolta, la pioggia mescolata al sudore che gli gronda dalla fronte, scivolando fin sotto il mento sbarbato, è raccolta confusamente in un fazzoletto bianco. Il volto è paonazzo e gli occhi implorano comprensione agli astanti. Il suo primo processo per omicidio inizia in ritardo per un guasto alla macchina. Si siede. Ha dimenticato la toga. Un brusio inopportuno si propaga tra i pochi presenti, ma il giudice non interviene, è ancora troppo affaticato per richiamare l’ordine. Inaspettatamente l’imputato si volta verso di noi con fare da rimprovero. Ritorna il silenzio.
    Il giudice ordina: «Che entri il corpo del reato». Viene adagiata una salsiccia sul banco dei deputati.
    Interviene il pubblico ministero. Ha l’aria stanca, smagrita, la giacca è più grande di una o due misure e questo lo rende meno convincente agli occhi del pubblico. I suoi discorsi non sono molto incisivi, poco efficaci; anche il giudice, ancora leggermente affannato, non riesce a prestargli la dovuta attenzione. Ora guarda l’avvocato difensore, ora si volta verso l’accusato. Le palpebre strette nascondono gli occhi focalizzati sui sentimenti e i pensieri dell’imputato. Questi ne ricambia lo sguardo senza titubanze, mantiene un’aria fiera, ma si mostra allo stesso tempo fortemente addolorato per l’accaduto.
    Il mio interesse ricade sulla salsiccia. Per non rovinarla l’hanno conservata nel congelatore. È dura, fredda e di un grigio pallido. È molto sottile, sembra essere stata tagliata di netto da un budello più lungo ed è avvolta in un foglio di pellicola trasparente. Ora anche il giudice la osserva. Vuole verificarne la consistenza. La avvicina a sé, la sfiora timidamente con un dito e la salsiccia inizia ad oscillare pericolosamente, sembra risvegliarsi da un letargo. Impaurito, allontana subito la mano e rivolge un’occhiata dubbiosa all’accusato. L’omicida incrocia le mani affusolate – non si direbbero quelle di un assassino ¬¬– contrae le labbra carnose e rossastre e corruga la fronte sporgente in un gesto che non è paura, ma piuttosto teatrale sofferenza. Il giudice allontana la salsiccia. Il difensore vuole prendere la parola, ma tace. Rimane al suo posto.
    Ancora una volta il mio interesse si concentra sulla salsiccia, ora immobile, quasi raggrinzita. Il giudice decide di farla portare via. Finalmente il difensore si alza e inizia il suo intervento. Il giudice lo guarda, lo ascolta, le sue motivazioni sembrano quasi convincenti. Il disprezzo nei confronti dell’imputato si trasforma in pietà, poi in comprensione.
    Non appena il difensore conclude l’arringa finale, il giudice è pronto ad emettere il verdetto. Le sue parole giungono a malapena alla platea. Una lunga premessa delizia e conquista l’imputato come il miele l’orso. L’assassino ritrova nuovo vigore e ristoro, i muri appaiono ora morbida bambagia, il crepitio della pioggia che rimbombava sulle imposte è smesso, le porte possono ancora rappresentare una via d’uscita. Ritorna il sole a riempire il cielo e la provincia si ricolora, le foreste fioriscono, i fiumi riprendono il loro lento fluire, la terra finalmente riposa. L’imputato è assolto.
    Il giudice grida, prende in mano il martelletto e lo batte sul tavolo: è costretto ad alzarsi per richiamare all’ordine gli astanti entusiasti. Ritorna il silenzio, l’aria è rilassata, i cuori leggeri, le persone rassicurate. L’imputato si alza dalla sedia, ce l’ha fatta. Omaggia con un inchino di altri tempi i presenti come un attore ringrazia il pubblico per aver assistito alla sua commedia.
    Innocente. Ma non vuole rinunciare ai saporiti resti della defunta moglie. Il desiderio diventa incontrollabile, inarrestabile, irrefrenabile, ma non è il momento. Non ora. La sua bramosia deve aspettare, non può rischiare di rovinare tutto: il suo successo, la sua conquista, la libertà. Chiude gli occhi, stringe i denti, serra i pugni. Deve resistere.
    Chiede al giudice di poter lasciare l’aula Il giudice è titubante ma, influenzato dalla folla, acconsente. Non è ancora diventato uno di quei giudici imperturbabili e rispettati che riesce ad incutere timore ed ottenere silenzio con un solo gesto.
    Esce. È libero. È solo.
    Il giudice chiede di poter rivedere ancora una volta la salsiccia. Ma la salsiccia non c’è più. Un nuovo vocio riempie l’aria. Il giudice guarda incredulo gli avvocati, poi i nove osservatori. Un’idea in mente, la sedia vuota dell’imputato la trasforma in certezza, il suo impulsivo verdetto lo paralizza.
    Non capisce come tutto questo sia potuto accadere.
    È stato ingannato. Ha sbagliato. Ha fallito. La giustizia abbandona l’aula, i presenti, lui.
    Solo io ho sempre saputo.

    Surya Amarù

  3. anonimo 25 ottobre 2006 a 16:26 #

    Si infilò i guanti di fina pelle bianca che aveva comprato in Spagna e si guardò le mani. Erano candide e immacolate come quelle di un fanciullo, e le lunghe dita affusolate a ogni gesto sembravano suonare nell’aria un invisibile strumento. Sistemò il nodo della sua raffinata cravatta di pizzo, si abbottonò la mantella che lasciava intravedere il colletto rialzato di una bella giacca di fustagno e infine si specchiò compiaciuto. Era un bell’uomo sulla quarantina ma non un capello bianco aveva ancora osato alterare l’ebano della sua folta chioma, e il fisico, asciutto e snello, gli conferiva almeno dieci anni di meno. Quel giorno s’era vestito a festa e nello specchio si mirava e rimirava come stesse andando a un appuntamento con l’ennesima sua conquista. Era un impenitente rubacuori, un sottile ammaliatore e raramente una donna aveva saputo resistere a quel fascino distinto e quasi misterioso. Quel giorno s’era vestito a festa ma l’invito ricevuto suonava ben poco gaio e propizio in verità. Un avviso solenne dal tribunale del paese gli era arrivato giorni addietro, su d’un foglio sottile che aveva usato come filtro per una sigaretta dopo avervi gettato un’occhiata sommaria e rapida, e in questo avviso si richiamava la di lui attenzione per un processo che si sarebbe svolto il primo lunedì del mese alle ore undici della mattina. Sorrise sotto i baffi che, nei momenti di nervosismo, arricciava alle punte con le dita unumidite di saliva. Si contemplò beato e per nulla preoccupato, un’ultima volta. E quel Narciso tronfio e spavaldo varcò l’uscio di casa con la mantella che disegnava onde di velluto tutt’intorno.
    Arrivò al tribunale, un grande edificio grigio topo come fosse avviluppato in una densa nuvola di fumo. S’arricciò i baffi, sistemò quasi maniacalmente il nodo della cravatta, che aveva allentato durante il viaggio, e si diresse a passo spedito verso l’unica aula che quel piccolo anfratto giudiziario possedeva. La penombra regnava sovrana nella piccola aula gremita di gente che lo osservava senza fiatare, con gli occhietti gialli come di congiuntivite, attenti e agili sui movimenti dell’uomo. Non conosceva lui la prassi. Era stato convocato e s’era presentato rinunciando alla mondanità, vincendo il tedio e l’astio verso quei posti scuri e pululanti di menzogna. “Pax est quaerenda” disse a sé stesso, pensando che la ricerca dell’equilibrio personale fosse fondamentale, anche non era mai riuscito in quel nobile intento, anzi…
    Il giudice dalla toga nera come i suoi grandi occhi furtivi e investigatori, lo chiamò a sé. Gli fece cenno con la mano di sedersi alla sua sinistra. Ispeziò il suo volto disteso e per nulla assorto e proferì infine la prima frase. “Come avrà avuto di certo modo di leggere sull’avviso recapitatole presso la sua dimora, la corte è a conoscenza del suo misfatto. Il fattaccio è appena trapelato e, per la sua crudezza, stento a crederlo vero. Due quantomeno loschi individui fan circolare codesta voce, che lei, abbia fatto della Marchesa…” . Il giudice s’interruppe. Il suo volto divenne rosso, poi giallo, poi verde. Tratteneva a stento conati di vomito che avrebbe generosamente versato sulla platea tutta se solo avesse avuto la prova inconfutabile dell’autenticità del crimine. Prese fiato mentre il pubblico in fremita attesa pareva febbricitante di curiosità, pur mantenendo comunque il fare composto di chi sa aspettare pazientemente. “Dicevo, sembra che lei abbia fatto della Marchesa delle salsicce. È stata sporta denuncia e per questo lei è stato convocato presso questa giusta corte”. Il tale guardò il giudice gonfiando il petto di sprezzo. S’era fatto grosso come un pavone, mentre l’altro pareva dal suo trogolo di giustizia, una minuscola pulce che saltellava tra i pochi indizi e fumose prove che aveva. Il giudice fece un segno a una guardia che avanzò immediatamente portando un piatto fumante, sul quale erano riverse alcune sugose salsicce. L’accusato sentì lo stomaco borbottare, e fu tentato d’allungare le sue bianche mani per afferrarne una al volo e trangugiarla avidamente. Il giudice parve capire i suoi pensieri e portò il piatto più vicino a sé. Forse aveva persino sentito quel grugnito maialesco del suo stomaco in subbuglio. “Allora?” disse il supremo magistrato “Ci illumini. Ci dica come ha fatto a far della Marchesa salsicce, e come ha nascosto così bene il fatto per un mese e più”. L’accusato tracotante rispose: “Come fan tutti”. La platea, ammaliata da quell’uomo così superbo e altezzoso non proferì fiato alcuno. “Come fan tutti? Lei ha perso della ragione il lume! Si dichiara dunque colpevole?” chiese fermamente l’accusatore. “Non ho detto d’aver commesso siffatto reato, badi bene. Ho detto solo d’aver fatto come fan tutti.” , “ E com’è che fan tutti? Mi dica, gentilmente”. L’atmosfera era densa, il giudice fremeva di sgomento misto a curiosità. Il tale sapeva come aggirare gli ostacoli, come dar credito alle sue parole, come incantare con il suo piffero magico. “Si fa che, quando una donna ti chiede di fare, tu fai. Perché lei dopo non t’abbia a dire che non le sei stato fedele e servizievole. Si fa che, per renderle omaggio, saresti capace di sfilarti i guanti bianchi di pelle spagnola, e accopparla”. “ Ma lei, infine, l’accoppò?” , “L’accoppai con la mannaia affilata di lussuria. L’accoppai con il pugnale pungente di passione. L’accoppai con la tragica energia di chi venera e vien considerato un mostro. L’accoppai infine per non sentir più i suoi lamenti”. La gente parve non capire, il giudice divenne nuovamente verde in volto. “Queste salsicce dunque, son pezzi della Marchesa?”, “Ella è dentro a ogni cosa e dunque anche in queste salsicce.” replicò il tale. L’ufficiale giudicante, spazientito, avrebbe voluto battere sul nero cranio dell’imputato una sonora martellata, e con la voce spezzata dall’ira, che in lui stava montando, disse: “ Questa corte dichiara colp…”, ma venne interrotto da una risatina isterica.
    Dal pubblico si alzò una donna dai capelli d’oro cotonati e il cui petto, stretto in un bustino, sembrava voler esplodere. Rideva stridula e le gote, bianco latte, si imporporarono per lo sforzo di un riso forzato. “Signor giudice, lo stolto è innocente. Il vile servitore ha servito la sua padrona e per questo dev’essere premiato, non punito.” , “ E lei chi sarebbe e come si permette di interrompere in questo modo la sentenza?” sbottò egli furente. “Son la Marchesa delle salsicce, son la marchesa che fu uccisa ma che vive in verità. Sono viva e son qui, lasci andare l’uomo. Lo vede? Ora mi guarda con l’occhio mite, la bestia s’è acquietata: sono io che chiesi la morte e la ottenni per guarire”. Il pubblico era in tranche, il giudice sbigottito s’era fatto ancor più piccolo, il tale guardava la donna arricciandosi il baffo. “Dunque lei sarebbe la Marchesa?”, “ Sì, son io. Se vuole le mostro il sigillo nobiliare a prova”, “ E perché mai finse la morte? Perché ha trascinato un innocente al punto di immolarsi per lei?”. La donna riprese a ridere isterica, il petto traballante e soffocato dalle stecche del bustino. “Mi ammalai, e il mio bel viso sfigurato, da orrende croste e bolle, non osavo mostrare. A prova d’amore, chiesi a quello stolto che siede alla sua sinistra di uccidermi, perché la gente non mi chiedesse di uscire, di presenziare, di esibirmi. Volevo morire d’una morte che lasciasse il segno. Lui dunque mi accoppò, o finse d’accopparmi, per accondiscendenza. Mi voleva guarita e mi amava, così son morta solo per guarire. Pagherò le spese del processo e il disturbo di tutti i presenti, ma ora, suvvia, lasciategli mangiare almeno una salsiccia”. Il tale si sfilò i guanti di fina pelle spagnola, lentamente. Il giudice ormai, come la platea d’altronde, non riusciva a seguire lo sviluppo della scena o a comprendere la pazzia di un tale gesto, insensato e sadico. Gli occhi di tutti languivano tra petto e piatto. Una mano candida e immacolata come quella di un fanciullo si allungò, e brandì la carne succosa.

    Valentina Falcinelli

  4. anonimo 26 ottobre 2006 a 00:07 #

    L’uomo è seduto; guarda, elegantemente posate sul tavolo davanti a lui, le proprie mani bianche e curatissime, che emergono dalla morbida e pregiata stoffa del suo vestito. Davanti a lui, il giudice supremo lo osserva interessato. All’inizio sembrava quasi sedesse su un trono, ma in realtà – nota adesso l’uomo – è solo la sua enorme parrucca a sovrastare su tutto e tutti. L’uomo percepisce compiaciuto un sorriso leggero posarsi sulle proprie labbra.
    Il giudice continua a fissarlo: quando nei corridoi del palazzo di giustizia ha sentito della vicenda, che la posizione dell’imputato aveva mantenuto quasi segreta, ha immediatamente avocato a sé il caso, certo di trovarsi di fronte un uomo piccolo, meschino, con grandi mane dalle dita grassocce, grandi orecchie, piccoli occhi crudeli, una bocca sottile, serrata in un ghigno, pelle rossa e lucida. Ma non è così: l’uomo che gli siede di fronte è un bel giovane dalle dita sottili, curato in ogni particolare dei suo aspetto, ben vestito, con gli occhi grandi e limpidi come specchi e una bocca ben disegnata, su cui si è appena posato un leggero sorriso. Un sorriso che su un altro sarebbe risultato di scherno, indisponente, e intollerabile; ma che inevitabilmente su di lui è solo una manifestazione di serenità e, sì, anche di simpatia.
    Tra loro, nella sala appena rischiarata dal sole che filtra attraverso le tende, il corpo del reato, così contrastante con l’aspetto amabile e affascinante dell’imputato. Nelle menti perplesse del poco pubblico ammesso in sala, un mormorio sottile si alza di tanto in tanto: un delitto tanto efferato non può essere stato compiuto da un uomo così. Il mormorio chiede che sia trovata un’altra spiegazione.
    L’accusatore si muove gesticolando; è un uomo fastidioso e ingombrante. Dalle sue parole, dai suoi movimenti, da tutto il suo atteggiamento, troppo spesso emerge la pura invidia verso l’accusato, il semplice desiderio di vendicarsi. Più di una volta la sua voce, già sgradevole, è diventata stridula. Trapela persino l’invidia per quel gesto estremo che ha portato l’imputato nell’aula del tribunale e sotto i suoi occhi. Invidia il crimine e l’impunità; invidia il volto sereno dell’imputato; invidia il modo in cui le donne lo guardano rapite. L’imputato lo sa.
    Tutti lo sanno, ma l’imputato lo sa anche dentro di sé: lo sente, e sente il sorriso crescere ancora di più dentro il proprio cuore e sulle proprie labbra.
    L’avvocato difensore, giovane e di bell’aspetto, è stato scelto dall’imputato dopo una selezione accurata quanto ogni sua piccola azione. Un po’ inesperto, ma affabile e cordiale, attira l’attenzione e la simpatia. Alcune donne sono colte da improvvisa tenerezza le rare volte che prende la parola. L’avvocato difensore, giovane e di bell’aspetto, non interviene spesso: l’imputato si difende dalle parole violente dell’accusatore con la sua stessa presenza, il suo atteggiamento fiducioso, il suo sorriso celestiale.
    Nessuno vorrebbe che l’imputato venga condannato; anche il giudice sente nella mente quello stesso mormorio che ha invaso il pubblico e la giuria: come assolverlo? il corpo del reato è lì, davanti a loro, e prova l’efferato delitto: l’imputato è vedovo. La moglie è scomparsa. Uccisa, urla l’accusatore. Uccisa da lui, insiste. Quale mente perversa, mormora sommessamente la difesa in ogni mente, potrebbe architettare un simile delitto? per quale motivo un uomo dovrebbe uccidere la moglie, farne degli insaccati e divorarla?
    L’insaccato. L’unico rinvenuto che – nel mezzo della sala – ricorda, afferma il delitto. L’accusatore lo indica, lo descrive, sembra invidiare anche l’orribile pasto che imputa all’accusato. L’accusato ha agito, grida e tuona l’accusatore, per soddisfare un perverso desiderio, un immondo impulso, un infame bisogno di possedere la giovane moglie, di liberarsi di lei, di beffare la legge, di sfidare dio e gli uomini. L’accusato sorride. Per tutti quel sorriso è prova di purezza d’animo.
    Ma “la salsiccia”, parola bassa e volgare, si legge negli occhi dell’imputato, del pubblico, del giudice, la salsiccia è lì, silenziosa, ad evocare il delitto. Se solo non ci fosse, pensa il giudice supremo. Se solo non ci fosse, pensa la mente mormorante del pubblico. Se solo non ci fosse, pensa l’avvocato difensore. Chissà, se non ci fosse, sorride l’imputato.
    Nell’improvviso silenzio dell’aula, il desiderio si avvera, l’impossibile avviene: un’aureola si posa sul capo dell’imputato, ormai innocente, il vassoio su cui era adagiato il corpo del reato è vuoto. L’insaccato è scomparso.
    L’imputato, ma ormai non più, guarda la marchesa de Merteuil, che con gli occhi chiusi sorride, leccandosi appena le labbra. Sembra un gatto che fa le fusa.

    dora di marco

  5. anonimo 26 ottobre 2006 a 01:54 #

    Tommaso Gragnato

    Amica mia,
    mi è premura narrarvi un fatto venutomi in sogno questa notte: sarete voi stessa a comprendere per quale motivo mi sia precipitato allo scrittoio e, ancora indossando le vesti da notte, con mani bagnate dal sudore e un fermento che m’abita tuttora il petto, voglia fissarlo in questa missiva e farvene partecipe. Ieri notte mi coricai con un dolore alla tempia. Applicai l’unguento che voi stessa mi avevate consigliato per il caso e mi assopii.
    Durante il sonno, assai tormentato da una diffusa sofferenza fisica, si presentò alla mia mente una visione onirica. Ero in un’aula di tribunale, oltremodo buia e ornata di lussuosi drappeggi purpurei alle finestre. La penombra si allagava su una sala gremita di sagome scure, a tratti attraversata da raggi di sole, dardi si sarebbero detti, che tagliavano tutta l’aula. A quel punto vidi un uomo alla sbarra. Un raggio gli illuminava la schiena e tutta la figura di spalle. Aveva, per statura e portamento le mie sembianze. Appena fissai lo sguardo su di lui, questi si volse e mi rivelò il viso. Ero io! Valmont, un secondo Valmont, un fantoccio con le mie fattezze; se ne stava in piedi, dinanzi al banco del giudice supremo che rovesciava sulla sala parole che non riuscivo a comprendere; vi era il mio corpo, la mia figura portata a giudizio. Potete immaginare quale sgomento mi colse. Eppure non persi la calma. Mi guardai attorno. Non si può dire che vedessi il giudice, ché era posto su uno scranno di mastodontiche dimensioni e a stento ne potevo scorgere il viso. Nemmeno udivo le sue parole. A tal proposito mi risolsi ad avvicinarmi. Incominciai, come un fantasma, un fantasma che si muove nel proprio sogno, ad aggirarmi per la sala del tribunale. Giunto accanto a quell’imputato ch’ero io, vidi nel bel mezzo dell’aula un sanguinaccio poggiato su un piatto. Lo sosteneva un piedistallo d’ottone. Allora la voce del giudice mi si fece comprensibile. Ora non trasalite, cara amica, perché la voce era proprio la vostra. E ridente per giunta! Mi diceste qual era il mio capo d’accusa: avevo io fatto di molte donne salsicce e quella condotta in aula, quel sanguinaccio che mi pareva oltremodo appetitoso, era presentata come prova schiacciante. Salsicce capite! e per giunta composte con le carni della mia stessa moglie! Per questo – la vostra voce continuò tonante – era cagione il rimettermi al giudizio dell’accusa. Mi diressi verso il centro dell’aula, lì dove stava la salsiccia e la osservai da vicino. Era rossa, allacciata da funicelle di colore giallo. La cosa più sorprendente fu il notare che all’estremità della sagoma tondeggiante erano fissati un paio d’orecchini di delicata foggia. Li guardai attentamente mentre nell’aula risuonava nuovamente la vostra voce che irrideva l’accusa appena formulata e che lodava le mie qualità di seduttore. Mi girai verso la folla che popolava la sala del tribunale e vi riconobbi la marchesa di Deffuly e, seminate tra le facce del pubblico, altre donne che avevo fatte mie. Esse acclamavano alla vostra sentenza! Voi mi avevate ancora una volta salvato e scagionato d’ogni accusa. Valmont folleggia, ama, ingozzati di armoniose carni, non di cadaveri! Queste furono le vostre parole, marchesa cara. Mi rigirai verso il banco. La salsiccia era scomparsa dal piatto, mente voi, amica mia, ottenebrata in volute di fumo, indossavate esultante quel paio d’orecchini, gli stessi che prima ornavano la prova lampante della mia colpevolezza. Più sopra, maestosa, vidi la figura scolpita della giustizia, in posa lasciva, bendata, con nella mano destra la spada e nella sinistra una coppa di vino: scolpita sul volto un’espressione di compiaciuto diletto, mentre la bilancia in pietra giaceva a terra, frantumata, ai vostri piedi.
    Mi sono risvegliato di soprassalto, con il cuscino intriso del mio sudore cui si era aggiunto quel vostro profumato unguento. Non appena ho visto in cosa consistesse la colazione che già era stata servita in camera mi sono deciso a scrivervi subito: una tazza di cioccolata e varie pietanze assortite in un piatto d’ottone tra le quali spiccava una salsiccia! Licet. Non crediate mi sia dato troppo pensiero. Ho mangiato e ora scriverò, come voi stessa mi avete consigliato, alla cugina della duchessa di Chatau-Triché. A lei, la più altera delle mogli, sarà rivolta d’innanzi ogni mia attenzione.

  6. anonimo 26 ottobre 2006 a 09:07 #

    Vittoria Melloni

    Un nobil uomo, conosciuto in tutto il paese per il suo fare da seduttore, si era al fine ammogliato con una giovine dama di bell’aspetto. La vita da ammogliato per il giovin rampollo era tutt’altro che piacevole e si ritrovò così a vivere al fianco di una donna arcigna e possessiva. Si sa come vanno certe storie, il giovine era solito occuparsi di certi suoi affari e la donna gli era solo d’intralcio. Al fine un sol pensiero sopraggiunse alla sua mente: ‘liberarsi’ del fardello e farne salsicce. La notizia del delitto trapelò appena e tutti preferirono far finta che la cosa non fosse mai accaduta. Purtroppo la novella giunse alle orecchie delle pubbliche autorità. Loro malgrado costoro non poterono ignorar il fatto, recuperarono una prova del delitto; fu rinvenuta un’ultima salsiccia e la addussero al giudice supremo del paese. Questi in principio non volle occuparsene in quanto la faccenda era delicata; al fine acconsentì a vagliar le prove. Il giorno del processo giunse presto ma non se ne parlò molto; ci sarebbe stata una breve inchiesta per verificare i fatti. Tutti s’augurarono che l’interrogatorio durasse poco perché la questione doveva essere trattata meticolosamente ma senza sforzo eccessivo. La gente voleva tornare ad occuparsi delle proprie piccole faccende senza fermarsi ad interrogarsi sull’accaduto e per questo in pochi seguirono la vicenda. La stanza delle udienze era un piccolo pertugio buio, le tende delle finestre tirate come a volere creare un muro che dividesse il mondo esterno dall’aula di giudizio. Al processo erano presenti solo il giudice supremo, il pubblico ministero, il difensore, l’accusato e due guardie giurate. Il processo fu eseguito con cerimoniosa solennità. A sinistra si trovava il pubblico accusatore, era un ometto con due sopracciglia fitte e nere che sembravano fare tutt’uno con i folti capelli crespi; a destra c’era un uomo con lo sguardo vispo, il difensore. L’accusato stava in piedi, piccolo, piccolo fisicamente come piccola era la sua umanità; le sue mani, le mani che avevano compiuto l’atto, anch’esse piccole, piccole mani delicate, come le mani di una fanciulla. Il giudice era un ometto minuto; la sua figura quasi scompariva nella grande aula buia e desolata. Stava seduto osservandosi intorno come se non prestasse attenzione a quello che avveniva nell’aula. Il nero della sua toga si mimetizzava con il buio dell’aula ed il suo viso aveva l’espressione di un animale intimorito; il volto glabro enfatizzava ancor di più il suo essere spaesato. La prova del delitto era nell’aula ma era come se non ci fosse stata, nessuna la guardava, nessuno la osservava, nessuno voleva saperne nulla. Dietro al giudice supremo vi era il simbolo della giustizia, anche quel simbolo, che sarebbe dovuto essere fiero ed imponente appariva piccolo ed impotente alle spalle di quella sagoma insignificante del giudice. Quest’ultimo ad un certo punto sollevò timidamente una mano; un mormorio attraversò l’aula ed i pochi presenti saltarono sulle sedie impazienti: un attimo, il tempo era fermo in quell’aula. Il pubblico accusatore espose timidamente i fatti ma come se non volesse parlarne, come se il non parlarne fosse l’unico modo per cancellare l’esistenza del fatto stesso e poter così tornare ognuno alla propria vita ed alle proprie futili occupazioni. L’accusato rimase sereno, inerte, come se non fosse consapevole, né tanto meno cosciente del fatto compiuto. Anche il giudice sembrava assorto in altri pensieri. I piccoli occhi minuti dell’accusatore non incrociarono mai quelli dell’accusato come se in realtà stesse esponendo solo i fatti ma non volesse in alcun modo denunziare nessuno. Il giovine imputato rimase sempre in piedi, immobile, passivo, vuoto, come una sagoma di cartone che subisce il muoversi del vento. La salsiccia era invisibile agli occhi dei presenti, la sua non realtà era la condizione della non realtà della vita della donna, della non realtà dell’atto compiuto. Il piccolo ometto del giudice guardava verso quell’uomo sereno e pacato che subiva il processo come se la cosa non lo riguardasse; la sua pelle era rugosa, la bocca morbida e carnosa, gli occhi grandi e profondi, la fronte alta, le dita lunghe e affusolate. Il pubblico accusatore concluse la sua arringa; l’accusato abbassò il capo e attese, sereno, con lo sguardo fiducioso. Il giudice sollevò ancora timidamente la mano e il difensore rilassò tutti i muscoli del suo corpo, parlò pacatamente, difese il suo cliente, senza scomporsi. Poi tacque in attesa del verdetto. La presenza della salsiccia era sempre lì che incombeva sulle persone presenti rammentando l’accaduto ma tutti seguitavano ad ignorarla. Il difensore borbottò tra sé e sé. Il giudice supremo evitava lo sguardo dell’accusato che invece continuava a guardare avanti, fieramente, come un animale vittorioso. Il giudice restò immobile, tentennò, il suo sguardo era intimorito, tremante iniziò a parlare, fiocamente quasi non si udiva quel che diceva, quasi come se non volesse si restasse ascolto al verdetto proferito. Le parole furono scandite lentamente, delicatamente, dolcemente, come se non fosse un’accusa, come se non fosse stata una condanna ma una poesia cantata alla vita, una melodia che portasse serenità in tutto il mondo. L’accusato fu condannato ma non sembrava essere disperato, il suo sguardo era sereno. Il giudice ammutolì; anch’egli sembrava sereno e rilassato. Il condannato aveva diritto ad un ultimo desiderio, ad un’ultima richiesta. L’accusato aveva un piccolo desiderio, una tentazione, mangiare l’ultima salsiccia. I presenti in aula tacquero e il giudice supremo del paese acconsentì alla richiesta. Un attimo dopo la salsiccia era svanita, il piatto vuoto. Il fatto che la prova del delitto non ci fosse più, il fatto che non fosse più lì a pesare con la sua tragicità, a ricordare e rammentare il nefasto gesto, portò una tale serenità negli animi di tutti i presenti, compreso il giovane vedovo, che tutti tirarono un sospiro di sollievo. Ognuno tornò serenamente alla propria vita; anche il giovane condannato andò in prigione con un sorriso sulle labbra. La moglie era definitivamente sparita, non solo dalla sua vita, ma dall’esistenza in generale, sotto qualsiasi forma. La prigione in fondo, ora, per lui, era un luogo come un altro dove godere della libertà spirituale appena ottenuta.

  7. anonimo 26 ottobre 2006 a 09:29 #

    Nell’aula del tribunale del paese il silenzio regnava come ad una messa. Il pubblico incredulo bisbigliava su cosa fosse successo, chi fosse l’accusato e soprattutto perché. Si vociferava che avesse ucciso la moglie. Ma la cosa che rendeva particolare e unico quell’assassino era un’altra: l’aveva uccisa e ne aveva fatto una salsiccia, una piccola poltiglia di carne rossa. L’eccezionalità del fatto però non riuscì a smuovere le coscienze di quel piccolo paese, di quella popolazione che ormai non reagiva più a nessuno stimolo, a nessuno scandalo, a nessuna novità: gli abitanti erano come addormentati, anestetizzati dalla vita sempre uguale e dalle abitudini che avevano ucciso la loro vitalità.
    Fuori era freddo, il vento sbatteva sui vetri dell’aula e le nuvole nere incombevano sul pubblico di quella scena che di lì a poco si sarebbe trasformata in tragedia. O almeno tutti lo pensavano.
    Le poche persone accorse rimasero in silenzio e lo videro entrare: era lui, l’assassino.
    Entrò nell’aula e col suo sguardo sfidava i presenti guardandoli negli occhi con l’aria di chi è al di sopra di ogni cosa, ogni giudizio, ogni colpa.
    Si sedette lentamente, con aria fiera, i poliziotti alle sue spalle come per proteggerlo. Le sue mani, candide e morbide come fossero quelle di un bambino, strette dalle manette, nascondevano un piccolo oggetto come fosse un tesoro.
    Alla sua sinistra si agitava il pubblico ministero: magro, viso scarno, sguardo di chi non sa ancora come affrontare quella situazione perché lì c’è quel tale dagli occhi taglienti che continua a rimanere impassibile.
    Non ci furono commenti: tutti erano ipnotizzati da quello sguardo.
    Alta nell’aula troneggiava la statua della Giustizia: nella destra una spada, nella sinistra una bilancia.
    Ma nemmeno quella visione riuscì a far vacillare l’accusato.
    A rompere quel silenzio furono i passi del Giudice Supremo: il suo incedere era dimesso, quasi intimorito. Prese posto sul suo scranno al centro della sala, proprio sotto la Giustizia. La sua toga nera sembrava riflettere il colore delle nuvole che incombevano nel cielo. Tutti lo guardarono e si alzarono, tranne lui, che rimase seduto al suo posto come chi non deve nulla.
    Il giudice chiese all’avvocato difensore di fare alzare il suo assistito, ma lui continuò a rifiutarsi, rispondendo impassibile col suo silenzio. Il pubblico non riusciva a credere ai propri occhi e rimaneva affascinato da quell’uomo che aveva il coraggio di sfidare tutto e tutti.
    L’accusa ebbe la parola ed espose i fatti: quell’uomo aveva ucciso la propria moglie nel sonno, soffocandola con un cuscino, poi aveva squartato quel candido corpo con un piccolo coltello e ne aveva fatto delle salsicce. Un mormorio allora attraversò tutta l’aula. Ma lui rimase lì, impassibile, a guardare la sua creazione che era davanti a sui occhi, distesa su di un piatto che esaltava le venature delle budella. Il giudice ascoltò attento l’esposizione dei due avvocati, ma l’immagine di quell’uomo, impassibile, freddo e cinico, non corrispondeva esattamente a quella della bestia che aveva potuto commettere un simile reato. Ma bisognava prendere una decisione. Il giudice si alzò lentamente, con lo smarrimento dipinto sul volto. E parlò: «Colpevole!». Non c’erano dubbi, quell’uomo era colpevole e doveva pagare con la più atroce delle sentenze: impiccagione.
    L’avrebbero appeso nella piazza del paese così che tutti potessero vederlo.
    Ma il giudice gli diede la possibilità di esprimere un ultimo desiderio. L’uomo finalmente si alzò e dischiuse le sue labbra rosse. Tutti rimasero in silenzio. Da quella bocca uscirono parole che nessuno al mondo avrebbe potuto concepire: «Voglio mangiare la “mia” salsiccia». Il giudice gli fece ripetere la sua richiesta perché sperava di aver capito male. Ed invece quell’uomo aveva detto proprio di voler mangiare sua moglie. Mangiare la salsiccia. Con quella richiesta stava sfidando tutti, voleva dimostrare di potere tutto, voleva ottenere ogni cosa, anche la più oscena e indicibile. Il giudice rimase sgomento. Dalla sua bocca uscì un timido «Sì» e il pubblico presente rimase basito. Perché? Come poteva permettere a quell’uomo di compiere un atto tanto abominevole. La risposta era negli occhi del condannato: occhi che ti penetravano e plasmavano i tuoi pensieri. L’uomo chiese ai poliziotti che gli fossero tolte le manette. Si avvicinò lentamente al tavolo sul quale era distesa la salsiccia, sua moglie. Allora dischiuse il pugno: teneva stretto un piccolo coltello in avorio. Era tutto previsto, tutto pianificato. Nella sua mente c’era un disegno ben preciso. Alzò la mano destra. Tutti rimasero col fiato sospeso, l’aria si era fatta sempre più pesante. Impugnò sempre più intensamente il coltello e giù: con un gesto deciso e veloce infilzò la salsiccia. Rimase così, immobile, per farsi “ammirare” da tutti. Ma non la mangiò. Rimase così, senza mangiarla. Era la sua ultima sfida, la sua ultima conquista: dimostrò con quel gesto di potere tutto, di decidere se, come e quando gestire le sue azioni. E tutto finì così. L’uomo fu portato via tra il silenzio gelido della gente.
    Forse quello sguardo era riuscito a smuovere le loro coscienze, forse da quel momento il paese poteva tornare a vivere. Forse…

    Cristina Del Sasso

  8. anonimo 26 ottobre 2006 a 14:17 #

    Un tale uccise la moglie e ne fece salsicce, di lei non rimase nulla. Il terribile fatto trapelò appena anche se il tale fu arrestato. Anche quando fu rinvenuta un’ultima salsiccia, la macabra scoperta non generò ombra di indignazione nell’animo di alcuno. Il giudice supremo del paese dovette occuparsi del caso. In un’aula oscura, le finestre proibiscono il passaggio dei raggi di sole rendendo ancora più cupa e arida la stanza, si giudica l’accusato tra l’indifferenza dei pochi presenti. Nella sala del tribunale, il tale è lì, fiero tra due poliziotti, nella tranquilla attesa di udire ciò che saprà dimostrare la testa pelata del pubblico accusatore. Su tutti si leva la figura del giudice supremo con il suo sguardo infido e la fronte tortuosa e le sopracciglia morbide. Davanti alla sua espressione priva di umanità, la salsiccia. Non appena il giudice fa gesto di alzare la mano, si ode un leggero mormorio di cose e persone. La sala si agita e i movimenti dei presenti si fanno smaniosi ma silenziosi, mentre il tempo sembra lontano. Il pubblico accusatore dà inizio alla sua arringa in un turbinio di parole che si sollevano leggere nell’aula, che nulla intaccano anzi si arrestano di fronte a quella pacata imperturbabilità che regna nell’aula del tribunale. L’accusato del macabro fatto continua a mostrarsi distintamente placido. Il giudice supremo, quasi turbato dalla palese e paradossale baldanza dell’omicida, ascolta perplesso il pubblico accusatore. Quello del giudice supremo verso l’imputato non è uno sguardo accusatorio: è difficile, per lui, riuscire a sostenerne l’ insindacabile colpevolezza. Non c’è disprezzo né condanna negli occhi del giudice, e non c’è ombra di paura o pentimento in quelli dell’omicida. Lo sguardo dell’accusato è ancora vivo, luminoso nella convinzione di aver portato a termine, senza alcuna incertezza ma indiscutibile e ardente zelo, la sua grandiosa idea. Neanche la macabra salsiccia, prova inconfutabile del barbaro omicidio, riesce a scalfirne l’insensata quiete, che traspare da ogni gesto o espressione del suo volto. L’atmosfera della sala non muta: l’indignazione, il disprezzo e la condanna verso quell’uomo capace di compiere un così feroce delitto sembrano quasi assenti; quantomeno risultano attenuati, smorzati da spettatori inerti. Finché le parole del giudice supremo penetrano nel silenzio generale, nel quieto trattenersi del pubblico. L’accusato è assolto: “Non colpevole”. Finalmente un leggero bisbiglio si diffonde nella sala. Tutti sembrano aver dimenticato la salsiccia…la sua carne tenera, la pelle più ruvida. L’assassino ormai libero, cerca di impossessarsi, tentando una timida richiesta, dell’orrido cimelio: desidera mangiare ciò che avanza della povera moglie. Il giudice supremo soddisfa l’assurda richiesta: il condannato può compiere l’ultimo gesto di follia. All’improvviso il silenzio si fa più violento, le labbra dei presenti si serrano in un grido di orrore soffocato. Gli occhi del giudice supremo, gli occhi della gente, quelli dell’imputato scrutano sconvolti il macabro piatto: la salsiccia non c’è.

    Manuela Veronesi

  9. anonimo 26 ottobre 2006 a 15:12 #

    Un tale, uccisa la moglie, la trasformò in salsicce. Si diffusero pochissimi particolari della vicenda, la polizia riuscì a fermare l’uomo e a portare una prova, una salsiccia, al processo. La comunità stordita e fiaccata decide di non assistere alla causa; in tribunale l’aula è quasi vuota, c’è silenzio e grigiore, la luce e il calore del sole non si addicono a un simile luogo. L’ accusa e la difesa sono pronte, si confrontano un uomo quasi cereo e uno dagli occhiali con lenti così spesse da inghiottire le sue pupille. L’accusato si siede, prende posto . Il Posto. Il trono che spetta a un uomo vittorioso, a un abile conquistatore. È fiero e composto; i suoi strumenti, le mani, delicatamente adagiate sulle gambe. Affusolate, curate, profumate sono delizia e tortura. Con le mani sfiora, accarezza, vibra la pelle delle donne che si sentono avvolte dal velluto. Poi il tocco si fa più deciso, la presa più energica le prede sono ormai strette da lacci indissolubili. Strano caso quello che si presenta al giudice. Un efferato delitto − ne ha trattati tanti −, il sangue, la ferocia, ma la vittima in questione ( la povera moglie) è stata plasmata, rimodellata, riassemblata. Chi o cosa dovrà aspettarsi in tribunale? Forse un mostro? Entra nella sua aula, ma stavolta in lui c’è qualcosa di diverso, come un’incrinatura lungo tutta la toga che lo fa vacillare. Alle sue spalle anche la granitica giustizia sembra meno solida, più vulnerabile. Deposte spada e bilancia, lo sguardo libero, scende tra gli uomini. È tutto pronto per iniziare, da un lato c’è la salsiccia, di cui si dovrà parlare, lontana dagli sguardi, dentro a una ciotola. Le poche persone presenti si agitano con la voce, col corpo e rendono la sala elettrica. L’accusatore cerca di dare sferzate e di essere tagliente e implacabile, ma è come se arrancasse, rimane seduto al suo posto. Il giudice segue con fatica, con la vista annebbiata rivolge sguardi all’assassino, che gode a pieno il suo trionfo. I suoi sensi sono amplificati, tesi a captare ogni parola, ogni sguardo. ‹‹Vittoria, vittoria !››. Nella sua testa un canto solenne, che cresce fino a divenire epico. Eroe della seduzione e della conquista si erga fiero e irradia luce dagli occhi, due piccoli carboni ardenti alimentati dalla passione. È maestoso, lui, novello Marte, che ha saputo piegare e vincere la sua donna. Piacevole battaglia è stata quella dell’uomo che adesso aspetta solo di essere incoronato. La vita scalpita nelle sua vene, nei suoi muscoli, anche se sa attendere composto, con grazia, pronto a vivere l’atto finale, quello sublime. Intanto la salsiccia è sempre lì, spettatrice muta e insignificante nell’aspetto, nel colore, secca e deformata. Forse continua a soffrire e ad agitarsi. Il suo odore non inebria, al tatto è dura fredda grinzosa, non restituisce calore o vita o piacere. È una vita, era una vita , ora seccata. L’avvocato accenna una debole difesa , ma c’è difesa plausibile per l’orrore? Di nuovo il giudice. Le sue parole sono come impaurite, pronunciate con difficoltà. Tocca una salsiccia che prima era una donna. Ovunque è silenzio e immobilità, la normalità, la vita si ferma e tace dove solitamente esulta, e scoppia e rintrona fragorosa dove in genere è soave e serena. Nell’aula c’è vita, ma è depressa e schiacciata. L’aria gelida entra nei polmoni ed è uno schianto che paralizza tutto e tutti. L’accusato è colpevole. Comincia a muoversi, ma non c’è rabbia, tormento o disperazione nei suoi gesti. Ogni fibra del suo corpo sembra irrobustita da una linfa vitale che sta per affiorare dalle sua labbra, che forse la gentucola presente nell’aula neanche comprenderà. È desiderio di possedere la sua creatura, un desiderio fino ad allora cullato, protetto, mai abbandonato. Lui sussurra, la gente però grida disperatamente. Il giudice accetta la richiesta del vile pasto, ma non tuona e castiga, si lascia travolgere e attende. Non vede più la salsiccia ma gli occhi del condannato sono leggermente aperti e soddisfatti. La sua espressione è quella di un uomo finalmente sazio del suo Amore.

    Giuliana Massaro

  10. anonimo 26 ottobre 2006 a 15:56 #

    Nel tentativo di sublimare la bellezza della giovane consorte, un tale decise di tritare e successivamente di divorare le bianche carni dell’ignara fanciulla. Del tragico evento se ne parlò poco. Il tale, dopo varie peripezie, fu condotto in carcere. Fu rinvenuta un’ultima porzione di carne, sapientemente tritata e confezionata ad arte in salciccia. Durante il processo un sentimento di compiacimento aleggiava nell’aria. Il giudice supremo avocò il caso a sé. L’aula del tribunale semi-buia. Dalle finestre s’ intravede un cielo plumbeo. Le pareti come ombre. Il silenzio nella sala pesa come un macigno sulla testa dei pochi presenti. Sulla destra il pubblico. Seguito da due poliziotti l’accusato. Ha mani sottili e delicate. Adatte per lavori di precisione. Sul fondo, quasi invisibile per l’esile costituzione, il giudice supremo. Indossa una toga nera, ha la fronte poco spaziosa, le sopraciglia ben delineate, un’espressione del volto feroce. Di lato a lui, quel che rimane della giovane donna: la salciccia. Poggiata su di un vassoio. Di fianco al giudice supremo si può a malapena notare la giustizia, passa quasi inosservata sempre uguale a se stessa. L’inequivocabile gesto del giudice non serve a spegnere un leggero mormorio dei pochi presenti, animati alla vista del pezzo di carne. Il tempo sembra non scorrere. Il pubblico accusatore ha un aspetto ossuto, il volto emaciato, la voce flebile. Nel pronunciare la sua arringa compie lunghe pause. Il giudice ha lo sguardo perso nel vuoto di chi è stanco di sentire. Finge interesse. Osserva distratto l’accusato. Questi, invece, ha lo sguardo fiero. Fermo. Sembra indifferente a tutto ciò che gli è intorno. Solo un bagliore nel volto per lei: la salciccia. Distesa sul vassoio, emana un senso d’inquietudine, pare quasi muoversi. Il giudice supremo rivolge lo sguardo verso l’alto, da lì gli uomini sembrano migliori. Ha la pelle rugosa, le labbra umide, le pupille dilatate, le dita allungate. La bianca salciccia ha un odore secco e una consistenza nervosa, neppure l’unghia del giudice attecchisce nella sua carne. Il pubblico accusatore ha un sussulto. L’accusato un guizzo. Il difensore chiede la parola. Ha gli occhi fissi nel vuoto. Le parole ricadono piatte sul pavimento. Il giudice supremo inizia con calma a parlare. Osserva l’accusato con benevolenza. Le pareti sembrano meno scure. Dalle finestre entra una vento fresco e piacevole. Il sole si fa strada tra le nubi. La città brilla nel silenzio. L’accusato ascolta tacito la sua condanna. Non è interessato a queste faccende, nei suoi pensieri un’aspirazione: l’ultimo boccone dell’amata. Il giudice supremo, prima titubante, si convince in seguito. Le persone presenti in aula si ribellano alla decisione presa. Il condannato si avvicina alla salciccia come ad una donna intera. Inizia a morderla, a baciarla. Le dichiara, in un unico morso, il suo eterno amore, chiudendola nel suo stomaco al mondo. Nell’aula c’è uno strano fermento. Gli occhi del condannato rimangono chiusi. La sala si assottiglia. Resta un’unica persona. Sorride.

    Angela Di Cecca

  11. anonimo 26 ottobre 2006 a 17:18 #

    Trasformazione 1

    Seduto sulla sedia dell’imputato rimaneva immobile, la testa alta e gli occhi fermi. Diede uno sguardo alla sala buia, calata in un silenzio pesante; qualche volto sparso nell’aula lo fissava.
    La polizia aveva fatto di tutto per non far gonfiare la notizia e i banchi vuoti rendevano ancora più cupa la stanza. Si chiedeva se avesse potuto evitarlo, se c’era stato un istante in tutta quella storia in cui aveva avuto la possibilità di scegliere. E capì di no. Era sempre lei a decidere, anche da morta.
    I suoi pensieri furono interrotti dall’ingresso del giudice; sembrava così piccolo su quella sedia troppo grande. Sulla sua testa una piccola icona in legno raffigurava la giustizia. Dal posto in cui era seduto, l’imputato non riusciva a distinguerla bene, stava lì, appesa sulla testa del giudice come una spada di Damocle. L’avvocato dell’accusa cominciò a parlare, aveva una voce talmente flebile che si sentiva appena, fu facile per lui distrarsi.
    Pensò a lei, agli occhi che in quella stanza si sentiva puntato dietro, e il giudizio di quelle pupille gli pesò addosso come un macigno. Sarebbe stato trattato come un volgare assassino e solo il pensiero lo faceva inorridire. L’accusatore stava mostrando al giudice e ai presenti ciò che di lei esisteva ancora: «L’ha uccisa e ne ha fatto salsicce. Questa è l’ultima rimasta».
    Un mormorio serpeggiò per tutta l’aula e non si placò per lungo tempo, nonostante il giudice si affannasse a picchiare il martelletto. Tutta l’attenzione era rivolta a quel pezzo di carne, scura e maleodorante. Gli occhietti piccoli e schivi del giudice si posarono sull’imputato, che sembrava rimanere impassibile, scosso solo, ogni tanto, da un fremito di terrore negli occhi. Il giudice credeva di comprendere quel fremito, ma non sapeva che l’uomo non aveva alcuna paura della morte.
    L’avvocato dell’accusa aveva finito e il suo difensore iniziò a parlare e sebbene la sua voce fosse più forte e sicura, l’imputato si distrasse ancora una volta. Pensò agli uomini e alle donne che aveva visto entrare nella sua casa, nel perverso gioco che lei aveva deciso e aveva imposto anche a lui: costretto a stare alle sue regole per non perderla ed averla ancora per sé.
    «L’imputato ha ucciso sua moglie – stava dicendo il difensore – perché non sopportava più di dividerla con gli altri. I continui tradimenti di lei hanno condotto quest’uomo alla disperazione».
    Egli quasi non ascoltava, ma qualcosa nell’aula cambiò. Gli sguardi su di lui non erano più pesanti, erano soffi leggeri che lo sfioravano con compassione. Il giudice lo guardava adesso negli occhi, cercando di entrare nell’anima di quell’uomo… ma non vi riuscì e con la voce bassa emise il verdetto.
    «Colpevole!».
    Guardò di nuovo negli occhi dell’imputato, cercandovi il terrore per la morte imminente, ma non lo trovò. Per la prima volta aveva vinto lui: tutta una vita lei lo aveva reso succube, costringendolo all’omicidio; lui non aveva avuto scelta, lo aveva fatto diventare un assassino e da morta, da quella salsiccia, ancora lo guardava e sembrava dirgli: «sono io la più forte»; lei la vittima, lui il crudele carnefice.
    Fino a quel momento.
    La gente adesso comprendeva, aveva compassione per lui, per l’uomo che fiero andava a morire dopo una vita di tormenti.
    Il giudice gli chiese quale fosse il suo ultimo desiderio; egli rimase perplesso per un po’, poi fermamente disse: «L’ultimo resto di mia moglie». La commozione esplose nell’aula ed egli sentì di averli in pugno. Il giudice acconsentì e lo sgomento piombò tutt’intorno: la salsiccia era sparita. La giustizia, rinchiusa in un’icona di legno troppo piccola, non era riuscita a vedere il ladro. E il condannato a morte era stato privato del suo ultimo desiderio. La sala era ai suoi piedi ormai.
    Mentre s’incamminava verso l’uscita scortato dai poliziotti, un impercettibile sorriso si disegnò sul suo volto.

    Carla Policardi

  12. anonimo 26 ottobre 2006 a 19:08 #

    Paola Colaguori

    TRASFORMAZIONE1
    LA SALSICCIA

    Il signor Sausage, uomo molto affascinante e di gran classe, è stato accusato di un delitto terribile: ha assassinato la moglie e i suoi resti sono stati trasformati in salsicce. Il fatto è trapelato appena nel paese, ma i pochi che sapevano non erano molto sorpresi: la cattiveria e la meschinità della signora Sausage era risaputa e una fine così brutta era ciò che si meritava.
    Il giorno del processo l’aula del tribunale era vuota e buia, la pioggia battente fuori la finestra creava un sottofondo quasi musicale. Il pubblico accusatore, con la sua chioma bionda e folta e il fisico palestrato, si sistemò al suo posto e l’avvocato difensore sedeva affianco all’accusato, tirandosi su in continuazione, come se fosse un tic, i suoi occhialoni pesanti con le lenti a fondo di bottiglia. Nel mezzo della sala c’era il giudice, un uomo smilzo e glabro e un’aria quasi impaurita: sembrava fosse capitato lì per caso. Davanti a lui, su un vassoio d’argento, era poggiata una salsiccia bianchiccia, dura e maleodorante. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi, né tanto meno di toccarla.
    Il pubblico accusatore si avvicinò all’accusato e, con aria quasi divertita, gli chiese la sua versione dei fatti. Il signor Sausage si alzò in piedi con l’eleganza e la sicurezza che l’hanno sempre contraddistinto e iniziò a parlare: la sua voce riempiva l’ambiente, la brillantezza del suo sguardo penetrante illuminava l’aula buia e il suo fascino imbarazzava i presenti.
    All’improvviso dalla finestra entrò un raggio di sole che illuminò l’aula e rese le parole del signor Sausage quasi divine.
    Il giudice, impaurito da così tanta sicurezza, si sentì piccolo e insignificante e non riusciva neanche a parlare. Davanti ai suoi occhi c’era ancora quella maledetta salsiccia che emanava un odore di morte: anche lui iniziò ad odiare la signora Sausage con tutte le forze. Per togliersi sotto il naso questa puzza tremenda, decise subito: è innocente!
    Il signor Sausage schizzò dalla sedia e, felice come un bambino, abbracciò il suo avvocato, il giudice e i poliziotti.
    Intanto fuori, il sole risplendeva vivo, gli abitanti uscirono dalle loro case e la notizia dell’innocenza del signor Sausage raggiunse ogni angolo della città. Si riunirono tutti nella piazza principale dove, in men che non si dica, allestirono un grande barbecue sul quale cocevano, scoppiettanti e profumate, salsicce per tutti!

  13. anonimo 26 ottobre 2006 a 21:54 #

    Flavia Macchia

    Trasformazione 1:

    Un tale aiutò sua moglie a passare a miglior vita, rendendo i suoi resti salumi. La notizia si diffuse blandamente, e il tale fu invitato a trascorrere qualche tempo al fresco. Fu ritrovato un ultimo avanzo della moglie. L’indignazione fu modesta. Il giudice supremo si prese la briga di seguire il caso. L’aula del tribunale è immersa nelle tenebre, dalla finestra irrompe una fitta pioggia. Le pareti sono opache. La poca gente presente nell’aula è tranquilla, alcuni sono in piedi nei pressi delle finestre, altri sono sotto i lampadari. Sulla sinistra appare la chioma fluente del pubblico accusatore, il difensore è a destra, porta lenti a contatto graduate. L’accusato è in piedi tra due uomini in divisa. Ha le mani piccole, dalle estremità pallide.
    Il giudice supremo siede discretamente al suo posto, indossando una toga bianca. È glabro, ha uno sguardo divertito, la fronte scura, le sopracciglia rade, un’espressione disumana. La prova del misfatto è davanti a lui. Sotto al giudice, si intravede appena la giustizia in pietra, stranamente senza benda sugli occhi. Nella mano sinistra regge una spada, nella destra ha una bilancia. Il giudice supremo prova ad imporre il silenzio alzando la mano. La gente fa chiasso, si muove, l’aula è in fermento. Nessuno si preoccupa del passare del tempo. Il pubblico accusatore si tira su. Ha il ventre scavato, le sue parole riescono appena ad essere percepite nell’aula. È un oratore mediocre. L’accusato sembra vagamente intimorito. Il giudice ascolta distrattamente, la sua espressione si distende. I suoi occhi sono due fessure, che evitano di incontrare lo sguardo dell’accusato. Questi si gonfia sempre di più, è sicuro di sé, sorride. La salsiccia, davanti al giudice, è scura, rinsecchita, le estremità spigolose. Il giudice alza gli occhi verso l’accusato, che è immenso, la pelle morbida come quella di un bambino, la bocca grande, le labbra rosee. Ha gli occhi grandi e la fronte aggrottata. Le dita sono sottili. La salsiccia è fetida. Sembra allontanarsi. La pelle è morbida, ma dentro è dura. Il pubblico accusatore ha finito il discorso. L’accusato abbassa il capo, ha lo sguardo crucciato. Il giudice supremo alza la mano. Il difensore si alza e scandisce il discorso con gli occhi fissi.
    La salsiccia è sempre lì. Il difensore finisce di parlare. Il giudice dà un’occhiata all’accusato, appena sotto di lui. Tentenna il capo con sguardo di disapprovazione. Inizia a parlare con tono neutro. Le parole colpiscono l’accusato. La carne non è dura. Il sapore è gradevole, la consistenza soffice. La pelle è leggermente meno morbida. Le pareti , così come il soffitto, le finestre, le porte e le mura della città sono stabili. La città riprende colore, i boschi rinverdiscono, le acque sgorgano dalle fonti. Il sole sorge. La sentenza è negativa per l’accusato. Il coltellino viene posato sul tavolo. Le dita, leggermente appiccicose, scorrono furtivamente sulla toga. Il giudice smette di parlare. L’aula è vitale, il clima rilassato. La gente è calma. L’accusato è in piedi. Può fare un’ultima richiesta. Concepisce un’idea, che una volta maturata nasce dalle sue labbra spandendosi nell’aula. L’uxoricida vorrebbe, se possibile, nutrirsi degli ultimi resti del suo esperimento di salumeria. I presenti restano basiti. Il giudice alza la mano per zittire il pubblico urlante. Non boccia la richiesta. L’uomo può degustare la salsiccia incriminata. Il giudice guarda il piatto, ma la salsiccia sembra non esser più al suo posto. Tutti osservano il giudice, nell’allegro cianciare dell’aula. Una domanda sorge spontanea. Anche l’accusato si interroga, socchiudendo gli occhi con l’aria di uno che la sa lunga. Un sorrisetto sadico gli affiora sulle labbra, malcelato.
    Improvvisamente, dal lembo della manica del giudice spunta la salsiccia. Scoppiando a ridere, il giudice burlone ammette di aver fatto uno scherzo. La salsiccia è di nuovo nel piatto. In tutta fretta viene allestito un piccolo banchetto fuori dal tribunale, dove il tale può mangiare, prima di finire in cella, la sua salsiccia.
    Flavia Macchia

  14. anonimo 26 ottobre 2006 a 23:29 #

    Nicolò Cavallaro

    Trasformazione 1

    Dal diario di Viola Baldi, «la Marchesa»

    L’imputazione era un macigno: omicidio.
    Il caso era controverso. E venne affidato ad un imbecille. Beh, tanto meglio…
    Si fece di tutto per risolverlo in fretta e senza clamori, evitando ogni pubblicità su giornali e televisioni – un vero peccato, questo – perché la giustizia non ci fa mai una bella figura, e il pubblico tende a innervosirsi, quando un uomo detestabile, un conclamato mostro, riesce a farla franca.
    Stefano De Nardis era un mostro, ma del tutto adorabile, a mio giudizio. Soprattutto se vestito di quel completo che gli avevo regalato e che, impeccabile, sfoggiò nel giorno in cui venne interrogato dalla PM; si trattava della Gherucci, per l’esattezza, una proba quarantenne single dalla carriera brillante, che avrebbe ben volentieri assistito allo spettacolo del mio Stefano putrefacentesi in cella. Ah! poveretta…, si prese proprio una brutta bruciatura la Gherucci. Mi fece un po’ compassione, a dire il vero.
    La signora Frola, una dolce cariatide ottuagenaria dirimpettaia di Stefano, raccontò di aver visto il vicino strangolare la moglie, e di essere poi svenuta non avendo retto alla brutalità della scena; ma non è tutto perché, una volta ripresasi dallo shock, puntando nuovamente lo sguardo sull’abitazione di fronte, vide Stefano, grembiule insanguinato, armeggiare con un tritacarne e insaccare delle salsicce! E svenne di nuovo, ovviamente.
    La testimonianza spontanea resa dalla signora Frola era costata a Stefano gli arresti domiciliari, come misura cautelativa, per tutta la durata del processo. Mi trasferii da lui.

    Com’era bello, il mio Stefano, il giorno dell’interrogatorio… Sicuro, disteso, disinteressato, faceva il suo ingresso in quell’aula squallida riuscendo quasi ad illuminarla e, calmo e leggero si avvicinava al banco dal quale avrebbe dovuto resistere alla torchiatura della Gherucci.
    Eravamo in pochi, lì dentro: a parte la PM, l’imputato, quell’idiota del giudice Antonini, due guardie ed io, soltanto qualche parente della moglie di Stefano – forse morta, ma forse solo scomparsa.

    «Signor De Nardis, le rammento che ci troviamo in un’aula di tribunale, e che è richiesto un comportamento consono al luogo!», ammonì la Gherucci. «La faccia finita! ».
    «Bene, proseguiamo», disse Stefano distogliendo lo sguardo dalle unghie delle sue mani, e piantandolo neghi occhi della Gherucci.
    «Su, andiamo avanti», esortò allora Antonini.
    Il giudice Antonini…: chissà quale mente ubriaca e distorta ha pensato di affidare proprio a lui la cattedra di questo caso. Un bamboccio senz’arte né parte, un essere misero; gli occhi piccoli e incapaci di una qualunque passione, incapaci d’infiammarsi, perennemente neutri. «De Nardis, risponda alla domanda, prego». La voce atona di chi vorrebbe essere altrove.
    «Beh, certamente, signor giudice, non mi sottraggo alla legge. Ma la mia risposta è sempre la stessa: quella sera e, più precisamente, a quell’ora, io ero nel letto di Viola Baldi, e Viola Baldi accanto a me. Sì, esatto quella Viola Baldi seduta lì in fondo, che ha già confermato in altre sedi quanto adesso io sto ripetendo qui».
    In molti si voltarono a guardami. I miei occhi dicevano: «Non vorrete insinuare che io possa mentire?».
    Antonini aggrottò la fronte, si asciugò il sudore con una mano, cacciò un sospiro profondo. La Gherucci tornava all’assalto:
    «Viola Baldi… La Marchesa! Conosciamo tutti la sua reputazione… Signor De Nardis,», la Gherucci sembrava quasi esasperata, «perché non si decide ad essere un uomo e ad assumersi la responsabilità del suo gesto!».
    «Signor giudice! Non accetto che mi si parli in questo tono!».
    «Signor giudice! Siamo davanti a un maledetto farabutto!».
    …Signor giudice… Signor giudice, dove sei?
    «La prego, Gherucci: cambi registro», disse Antonini mentre, severo, guardava Stefano.
    «C’è una donna, signor De Nardis, che l’ha vista strangolare quella povera anima di sua moglie… E, come il più efferato dei criminali, come il più folle dei maniaci…», urlava la Gherucci.
    «Ecco, io non vorrei apparire insensibile, ma quella “donna” è una vecchia. È malata, poveretta. Potrebbe avere visto qualunque cosa… Lei lo sa, no? come sono le persone anziane…».
    «Eppure, nel giorno in cui la signora Frola denuncia l’omicidio, sua moglie è effettivamente scomparsa! Coincidenze, De Nardis?».
    «Non saprei, davvero non saprei. La vita è strana… Non posso certo dare torto a mia moglie per essere andata via da un giorno all’altro. Sapeva dei miei tradimenti. Dev’essersi stufata e sarà a spassarsela da qualche parte, io penso».
    «De Nardis, la prego, abbia almeno rispetto per i genitori della vitt…, beh, di sua moglie…», fu la richiesta di Antonini.
    «Lei ha ucciso sua moglie!», tuonò nuovamente la Gherucci.
    «Me ne trovi il corpo, allora».
    Si sentì qualcuno piangere in aula.
    «Quel corpo, lei è stato capace di ridurlo in maledette salsicce!», urlò disperata.
    «Ebbene, se ne è così convinta, me le porti qui su un piatto».
    Quel pianto, in aula, divenne un grido. Poi Stefano, in tono estremamente pacato, si rivolse al giudice: «Mi creda: pur ammettendo l’eventualità di un omicidio a troncare il mio rapporto coniugale, io avrei certamente dovuto esserne la vittima, e non l’artefice».

    La scena si protrasse per un paio d’ore, circa. Poi, dal momento che non si cavava un ragno dal buco, Antonini sospese l’udienza.
    Stefano fu trattenuto ai domiciliari fino a che il caso non venne archiviato con un prevedibile nulla di fatto: Impossibile condannare qualcuno per un omicidio soltanto presunto, qualcuno con un alibi confermato e con una sola testimonianza – poco attendibile – a sfavore.
    La stessa sera, dopo l’udienza, Stefano, soddisfatto, scelse dalla sua cantina uno splendido Chateau Lafite. Meraviglioso, davvero. Ma certamente esagerato, come accompagnamento per quelle salsicce.

  15. MoroDragonetti 30 ottobre 2006 a 10:46 #

    Moreno Dragonetti

    Mia cara voglio raccontarvi un fatto che ha leggermente movimentato la monotonia di questo piccolo borgo. Voi conoscete il conte Del Drago vero??Un uomo fine colto brillante, di fascino e cultura. Si quello sposato per accordi di famiglia a quella gretta vecchia bigotta della marchesa Giulietta Orsini. Bene è stato accusato di averla uccisa e macellata riducendola in salsicce. La notizia è stata tenuta nascosta per salvaguardare l’onore del nobile. Fu comunque indetto un processo, cosa assai spiacevole ma necessaria. Fortunatamente venne chiamato a giudicare un uomo debole, da niente, senza polso (e credo di sospettare, lei conosce meglio di altri la mia malizia, facilmente corruttibile). Il giorno del processo l’elegante sala del tribunale era vuota. Fuori il rumore della pioggia continuo e ritmato quasi a fare da accompagnamento alla vicenda. I finissimi lampadari di cristallo faticavano nella lotta per sconfiggere l’oscurità che tentava di dominare la sala. Il conte era al solito impeccabile; abbigliato come per un gran ballo era l’immagine stessa della bellezza e dell’onestà. Al suo fianco il suo difensore, un uomo che al solo guardarlo esprimeva forza, tenacia sicurezza. Alla sua sinistra il pubblico accusatore, un uomo che lasciava tutti completamente indifferenti. E infine a completare il quadretto il giudice. Francamente non sono riuscito a vederlo davvero bene in quanto sedeva su uno scranno evidentemente troppo grande per il suo esile corpo. Posso assicurarvi però che la sua voce era esile, debole, quasi impercettibile. E davanti a lui su un piatto d’argento l’oggetto del contendere. Quel piccolo pezzetto di carne, ormai credo nauseabondo e maleodorante. L’accusa tentò di dimostrare la colpevolezza del nostro caro conte, ma vuoi per la bravura del difensore, vuoi per il fatto che evidentemente la presenza della salsiccia infastidiva oltremodo il povero giudice, alla fine fortunatamente giustizia è stata fatta. Il conte è stato assolto e contemporaneamente si è liberato di fastidiose accuse e di una vecchia moglie non adatta ad un sì piacente signore. Concludo invitandovi se avrete grazia al ballo che il conte ha indetto tra dieci giorni nel tentativo di lasciarsi alle spalle la triste vicenda. Sarei onorato di avere al mio fianco una dama della vostra bellezza. Vi mando i miei più sentiti omaggi. Sempre vostro servo

    Gualtiero

  16. anonimo 6 novembre 2006 a 01:34 #

    “Amico caro,
    al mio servo più fidato ho dato il compito di recapitarvi questa missiva. Ho da darvi una notizia che, credetemi, mi addolora e mi ripugna insieme. Perdonatemi, avrei dovuto raggiungervi io stessa, ma mio marito è in casa e sapete bene quanto lui sia geloso della nostra amicizia. La notizia riguarda vostra moglie. Le nostre continue confidenze hanno permesso alla mia mente di indagarvi il cuore e di scoprire che la bontà che avete dimostrato verso di lei non ha limiti. Sì, è di bontà che parlo, e di gentilezza e di comprensione che voi, cuore grande, avete negli anni riversato su Camilla. Su di lei, che amava definirsi – povera – e – disperata -. Su di lei che non ha mai compreso: voi siete messaggero d’Amore, un dio severo che vi spinge a imprese tanto complicate e rischiose, a insinuarvi nei letti di donne ormai consumate, solo per aprirle a un nuovo desiderio, che è vita. Scigurata! Che piange quella che lei chiama la vostra – infedeltà – opposta alla sua totale reverenza. Sciagurata! Che vi avvilisce e vi accusa per le vostre gloriose imprese, mentre vilmente vi tradisce con un servo. Che orribile parola! – Tradimento! – E a me spetta il compito di smascherare la – Santa -. Ieri, mentre uscivo da casa vostra con l’entusiasmo di una bambina per il racconto della vostra ultima, trionfante, impresa , ho visto lei in compagnia di quello …”

    Seduto sul sedile di marmo ai lati del banco del giudice della Corte Suprema, il conte Gustavo del Bianco ascolta l’avvocato dell’accusa, mentre legge la lettera della marchesa Carlotta de Martini. La grande aula è piena: le autorità di Mantova sono accorse mescolandosi a una folla di curiosi. Domina il silenzio. Il pubblico ascolta, in cerca di una spiegazione che giustifichi il rèo, alleviando la sua pena. Perché tutti lo conoscono “…Sì…è sempre stato un donnaiolo, ma questo gesto è follia…”. Follia o quale altro male può spingere un “uomo rispettabile” a uccidere la propria moglie e a dividerla in tante piccole parti, per poi divorarla? Le guardie raccontano come la loro comparsa sulla porta del salone da pranzo non avesse per nulla scomposto l’uomo, seduto al tavolo e quasi al termine della sua opera…Era rimasto solo un pezzo. Un piccolo cubo perfetto di carne rosa che ora era lì, nell’aula, alla stessa distanza tra lui e il giudice. Lo sguardo era sempre fisso verso la sua opera d’arte.
    Tutto si era consumato con estrema rapidità. Lui aveva ricevuto la lettera per mano del servo della marchesa Carlotta. Mentre leggeva, la mente assorbiva l’inchiostro tramutandolo in fuoco. In un attimo le mani che tenevano il pezzo di carta divennero gelide. L’uomo sentiva che il sangue si era concentrato nel cuore, dove risiedeva un furore crescente. Camilla era nelle sue stanze, si preparava per la notte. Quando il conte irruppe la trovò intenta a spazzolare i suoi lunghi capelli. Le si avvicinò. Lei era seduta davanti allo specchio della toeletta. “ Ditemi che mi amate” le disse. “Vi amo”. “Ditemi che siete solo mia”. “Sono solo vostra, ma voi l’avete sempre saputo”. A quel punto il conte aveva cominciato a piangere. Le prese i lunghi capelli e li strinse forte intorno al collo. Più le lacrime scendevano, più la mano stringeva. “Voi l’avete sempre saputo”, le ultime parole di Camilla. Fu una voce limpida a pronunciarle e, allora, solo allora, il conte comprese l’inganno. Nessun tradimento; solo un gioco perverso ai sui danni, congegnato per svelare un’umana debolezza. Da anni il conte ignorava sua moglie e aveva deciso di seguire i sui istinti, il bisogno di conquista, la tensione continua verso le donne, la passione, perché aspetti dell’ Amore, di cui lui, uno dei pochi, “aveva capito il senso”. In quel momento comprese, invece, che erano solo manifestazioni del suo egoismo e di un insaziabile bisogno di possesso. La morte ingiusta di Camilla ne rappresentava il culmine.
    Paradossalmente quell’orrore si tramutò nell’unica possibilità che lui aveva di riscattare sé stesso e il senso dell’ amore libero…

    Gli occhi del conte si sforzano di cogliere ancora una volta la bellezza di quel rosa pallido quasi impercettibile nella penombra della stanza. Nonostante, infatti, le pesanti tende di velluto color porpora siano tutte raccolte ai lati delle finestre, la luce di un’uggiosa e umida giornata estiva crea sagome indefinite nell’aula.
    Le prove di colpevolezza sono schiaccianti; nessun appello è possibile, dunque. L’accusa sta per concludere la sua arringa, si è vicini al giudizio e alla pena, ma quale? In fondo il giudice è un uomo, e da uomo non riesce a dare una spiegazione a una sì fatta crudeltà. Il dubbio si insinua nella sua mente e la consuma. Vorrebbe gridare: “Perché?”. Si alza, poggia gli occhiali sul naso e legge la condanna: “…l’imputato dichiarato colpevole di uxoricidio, è condannato a morte”. Si solleva confusione mista a sgomento nell’aula. Per la prima volta, durante tutto il processo, il conte distoglie lo sguardo dal pezzo di carne; lo rivolge verso la platea e incrocia quello della cara amica Carlotta. Tra i due un sorriso di complicità. Il condannato viene portato fuori dall’aula. Si volta indietro per un ultimo sguardo. Il pezzo di carne è scomparso…

    P. Di Giuseppantonio Di Franco

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