25 Ott

Trasformazione 2: mantenere lo stile minimalista, tagliente, gelido. Vietate le virgole e i punti e virgola. Frasi di massimo 5 parole. Non si deve mai utilizzare la parola salsiccia.

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18 Risposte to “”

  1. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:01 #

    Un tale soppresse la moglie. L’episodio venne a galla. Si conobbero aggravanti atroci. Episodi di bestialità. Il tale fu bloccato. Aveva fatto soppresse della moglie. Ne faceva pasto.
    Fu reperita un’ultima porzione. La vollero portare in aula. Si fece il processo.
    L’aula del tribunale è piena. Padroneggia il blu dei poliziotti. La gente è grigia. Nessuno colorato.
    Il giudice supremo presiede l’udienza. L’accusatore lo spalleggia. Il giudice sovrasta tutti. Toga di vecchie battaglie. Grande esperienza negli occhi. Ha un aspetto equilibrato. È immobile. Ascolta con viso di pietra. Il difensore è minuto. Si fa sempre più piccolo. È inghiottito nel lupetto. Separato. Distaccato. La gente è una massa bluastra. L’accusato una maschera fossilizzata. La prova d’accusa esposta. Sta dinanzi alla corte. Posata in un vassoio. Il giudice è una statua. Sopra il giudice troneggia la giustizia. Una vecchio marmo di donna. Screpolato. La barba di tele di ragno. La statua guarda giù. La sala è un mappamondo. Il pubblico accusatore è infuocato. La gente si emoziona. Il giudice ascolta. La morte incombe. La morte aleggia. Palpita. Si insinua in ogni silenzio. L’accusatore protesta. Vuole giustizia. L’accusato minaccia. Vibra. Il giudice distende la pelle. Si massaggia il viso. Strofina le sopracciglia. Massaggia le tempie. Alza gli occhi al cielo. Decide. È deciso. Le sedie sono appiccicose. Il giudice supremo apre bocca. Le sue parole risuonano. L’aula le accoglie. Le assorbe. È morte. È il verdetto finale.
    Le porte si scuotono. Si forzano i cardini. Le mura resistono. L’accusato è di cemento. È fisso. Immobile. Di stucco. I vetri evaporano. La folla irrompe nell’aula. Grida. Urla. Cori. A morte. Esclamano la morte. Dal soffitto scendono veli. Gli oscuri drappi dell’epilogo. Cadono sugli occhi come palpebre. L’accusato si accascia. Si lascia a terra. Si chiudono le palpebre. Verifica di ciò che sarà. Nel buio nulla scompare. Permangono suoni. Odori di polvere. Il freddo del pavimento. Non li riapre più. Non vuole li più riaprire. Gli occhi. Nel buio. Verso il buio cammina. Poi uno scatto. Si riprende. Si alza. Si scuote. Si dimena. Un balzo. Azzanna. Ghermisce. S’avventa sulla prova. L’ultima porzione di moglie. In lacrime. Mastica crudo. Deglutisce. Geme. Vagisce tutto il mondo ora. Gli astanti si guardano. Nessuno reagisce. Lo lasciano masticare. Fermi. Immobili. Distanti chilometri dal fatto. Non voglio vedere. Non vogliono credere. Il mondo non può permettere. L’immondo davanti agli occhi. L’azione evocata si concreta. Crollano i quadri. Si rivoltano le sedie. Si sciolgono lampadari. La sala si deforma. All’istante diviene punto esclamativo.

    Tommaso Gragnato

  2. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:27 #

    Un uomo uccide la moglie. Insaccati. Ecco cosa ne fa. La notizia si diffonde. Lo prendono. Trovano i resti – sconcerto generale. Il caso è inquietante. Lo ottiene il giudice supremo. Si arriva in tribunale. Il sole. L’aula è luminosa. I muri riflessi accecanti. C’è gente. Molta. Troppa. Uomini sui lampadari. Uomini sui parapetti. A destra il pubblico accusatore. Una pelata rossa. A sinistra il difensore. Finti occhiali da vista. L’assassino tra due poliziotti. Mani grandi. Polpastrelli blu. Al centro l’autorità suprema. Toga nera e barba bianca. Sguardo severo e sopracciglia irte. Aspetto sereno ed espressione umana. Un piatto davanti a lui. Il corpo del reato. Sopra il giudice la giustizia. Di pietra. Occhi bendati spada e bilancia. Un gesto del giudice. Silenzio. Stasi. Calma. Passano i secondi. L’accusatore è in piedi. La pancia una sfera. La bocca una morsa. La lingua una lama. Parole nell’aula. Colpiscono. Percuotono. Feriscono. Sussulta il carnefice. Ascolta il giudice. Corruga la fronte. Guarda. Lo sguardo trafigge l’imputato. Questi si accascia. Vacillano le ginocchia. Pregano le mani. Penzola la lingua. Si allungano le orecchie.
    I resti rossi della moglie. Calmi. Ingrossati. Tondeggianti. Rilassati. Legati da uno spago giallo. Guarda in giù. Guarda il giudice. Guarda il colpevole. È piccolo. La bocca un uncino. Le labbra livide. Gli occhi vigliacchi. La fronte liscia. Le dita pingui. C’è un buon odore. È il tritato nel budello. È tenero ma duro. Ruvido al tatto. L’unghia lascia un segno. Caldo. Morbido. Silenzio.
    L’assassino guarda in su. Soffre. È inerme. Una mano alzata. È il giudice. Ora parla il difensore.
    Le profumate frattaglie fuoriescono. Ancora silenzio. Guarda in giù. Guarda il giudice. Guarda il colpevole. È minuscolo. Lo detesta. Parla il giudice. Parole. Spade di giustizia. Macigni. Cappi. Trafiggono. Schiacciano. Soffocano. Parole. Tagliano la carne molle. È burro è saporita. Dura la pelle. Le mura stordiscono. Le volte intimoriscono dall’alto. Le imposte dibattono nei cardini. Le pareti si oppongono. La città scolora. Grigia. Bianca. Le selve inaridiscono. Svaporano i ruscelli. Terremoti. Il sole si spegne. Si schianta il cielo.
    Prigionia. Fine. Morte. Silenzio. Buio. La toga giudica. Condannato.
    Soffocante l’aria. Lento il respiro. Paura di gente. Il colpevole è seduto. Si lascia cadere. Pensa. Brama Smania. l’ultima volontà. La moglie. Il suo corpo. Ciò che rimane di lei. Grida. Grida di desiderio del condannato. Gridano sconvolti uomini. Un gesto. Il giudice. Tutto tace. Dio. Il giudice è Dio. Condanna. Perdona. Concede. E sia. L’ultima richiesta. Il banchetto cannibalico. Il vassoio. Il giudice l’assassino. Sgombro. Pulito. Il piatto è vuoto. Sgomento. Domande. Domanda. Una. Terrificante. Il giudice. L’omicida. I presenti. La moltitudine e una domanda. Senza risposta. E resta una domanda.

    Surya Amarù

  3. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:34 #

    Un tale uccise la moglie. La spellò. La bollì. Ne tritò le carni. E ci riempì budella suine. La voce si sparse. L’orrore dilagò. L’arresto. Trovarono l’ultimo budello. Lo seppe il giudice supremo. Pretese di avere il caso.
    La luce esplode nell’aula. Le finestre sono fari. La gente ribolle come magma. L’aula straripa. Persone sui davanzali. Persone sulle travi. A destra, il pubblico accusatore. È un grasso pelato. La testa rossa e venosa. È un melone maturo. A sinistra il difensore. Uno con gli occhiali finti. Il tale è controllato. Guardato a vista. Sorvegliato come un cane incatenato. Mani grandi. Assassino. Il giudice supremo sta alto. Su tutti. Cotone bianco sulla toga nera. È la barba. Occhi seri. Sopracciglia da diavolo. Un piatto davanti a lui. Col macabro boccone umano. Sulla parete una statua. Incombe. È la giustizia. Bendata. Armata di spada e bilancia.
    Parola all’accusa. Il popolo trattiene il fiato. Il pubblico accusatore erutta parole. Magli pesanti si abbattono. La gente è travolta. Il tale è schiacciato. Sepolto. Occhi di fuoco lo ustionano. Sono quelli del giudice. L’accusato brucia in agonia. Soffre. Ma se l merita. Un piatto contiene la moglie. Quel che ne rimane. Basta un piatto. E un po’ di spago. Ma è sempre una donna. Tritata ma donna. Tenta il giudice. Lo ammalia. Ha un bel colore. È piacevole al tatto.
    Parola al difensore. Parole vuote e inutili. Il giudice è schifato. Il tale si sente spacciato. Il giudice affamato. Parla. Accusa. Giudica. E ogni parola è una coltellata. All’imputato. E alla moglie. Alla donna. Alla carne macinata. A quella cosa. Tenera. La toga si fa tovagliolo. E la sentenza è emessa. Condannato. Pena capitale. Un ultimo desiderio? Finire di mangiarsi la moglie. La folla raggela inorridita. Ma decide il giudice. Decide la giustizia in terra. Dice sì. Ma il piatto è vuoto. Dov’è finita lei? Tutti guardano il giudice. Il tale è sconvolto. Tutti sono sconvolti. Si fa una domanda. Tutti si fanno una domanda. La stessa. Martellante. Terribile.
    Se la farebbe chiunque.

    Stefano Bertone

  4. anonimo 25 ottobre 2006 a 23:59 #

    L’ha fatto. Non c’è alcun dubbio. L’orribile effetto è lì. Sotto gli occhi di tutti. L’ha uccisa. L’ha tagliata a pezza. L’ha messa nel tritacarne. L’ha insaccata. Nelle sue stesse budella. Sa come si fa. Ha lavorato in un salumificio. L’aula è piena. Di gente. Di luce. Del suo gesto. Della sua colpa. L’aula è viva. È pulsante. Tutti sanno cosa ha fatto. Tutti lo odiano.
    L’avvocato dell’accusa parla. Le sue parole sono proiettili. Feriscono. Uccidono. La prova è lì. Tutti la vedono. La prova. Su un tavolo. Quasi su un trono. Sembra splendere. Sembra vibrare. Sembra parlare. Con la voce dell’accusatore. L’accusato è piccolo piccolo. Anche lui si odia. Si detesta. Si vergogna. Vorrebbe sparire. È stato scoperto. Visto. Additato. La luce è feroce. Inonda di sé le persone. Gli oggetti. Mangia i contorni. Rosicchia gli angoli dei tavoli. Delle sedie. Delle finestre. La prova è ben confezionata. Ad arte. Quella che non ha mangiato. Il giudice lo odia. È ora di pranzo. Tutti si odiano. Sentono in sé l’appetito. Il desiderio. E si odiano. L’aula è piccola. Troppo per le persone presenti. O forse è troppo piena. La prova è invitante. È tenera. È morbida alla vista.
    L’avvocato della difesa tace. Cerca un appiglio. Era una donna buona. Meglio non dirlo. Ne cerca un altro. Non lo trova. Continua a tacere. Il giudice ascolta. Ascolta il silenzio del difensore. Il silenzio è un’accusa. Gli sguardi sono accuse. L’accusato è solo. Non ha più moglie. Non ha più amici. L’aula è piena. Di voci. Di pensieri. Di condanna. Le mura pulsano. Il soffitto di abbassa. Schiaccia l’imputato. Schiaccia l’avvocato della difesa. La luce circonda la prova. La esalta. La sottolinea. Il giudice è in alto. Il suo sguardo taglia. È una lama. Un coltello. Taglia il legno del tavolo. Taglia i vetri delle finestre. Taglia le tende. Taglia il silenzio del difensore.
    L’avvocato della difesa parla. Cerca un appiglio. Era una donna cattiva. Si pente. Vorrebbe aver taciuto ancora. L’aula si curva. Si piega sui presenti. Le pareti anche. Si chiudono sull’accusato. Le porte sono sprangate. È quasi pomeriggio. L’accusato è ancora innocente. Fino a prova contraria. Ma la prova è lì. L’accusato è colpevole. I suoi occhi si stringono. Il suo volto si deforma. Ha paura.
    Il giudice parla. Le sue parole sono pietre. Lo odia. Si vede. Quasi lo dice. L’accusato è condannato. Il mondo si chiude. Sopra di lui. Dentro di lui. I presenti si rilassano. Sono contenti. Sereni. L’aula è più grande. L’aria più fresca. La luce più dolce. Giustizia è fatta.
    Il condannato parla. La sua voce cigola. È uno stridere di freni. È olio di motore. Corrode. Ferisce le orecchie. Nessuno vorrebbe sentire. Chiede. Vuole. Pretende. Ha fame. È sua. Lui l’ha sposata. Lui l’ha trasformata. È sua. Il giudice lo guarda. Lo odia. L’avvocato della difesa tace. Di nuovo. Vorrebbe piangere. Lo odia anche lui. Il giudice può decidere. Può perdonare. Può condannare. Può concedere. Concede. L’accusato può prenderla. Può riaverla. È sua. L’ha sposata. L’ha trasformata. Che la mangi. Ma lei non c’è più. La prova è scomparsa. Nella luce più dolce. Nell’aria più fresca. Nell’aula più grande. Nelle domande che sorgono. Qualcuno l’ha presa. L’ha sottratta. L’ha rubata. Il condannato reclama. Il giudice non risponde. Perplesso come gli altri. Il condannato urla. Piange. Si dispera. Viene avvicinato da due guardie. Viene preso. Trascinato via. Il condannato grida all’ingiustizia.

    dora di marco

  5. anonimo 26 ottobre 2006 a 09:11 #

    Un tale uccise la moglie. La spezzettò. La macinò. La divise in piccole porzioni. Avvolse ogni piccola porzione. Le arrotolò con pellicola trasparente. Il delitto non rimase segreto. Divenne di pubblico dominio. Fu ritrovato un avanzo. Un ultimo bozzolo di carne. La carne si vedeva. Si vedeva attraverso la pellicola. Rossa. Evidente. Concreta. Una prova. Tutti ne rimasero sconvolti. Il paese si attivò. Il giudice supremo per primo. Iniziò subito un processo. Era una bella giornata. Il sole filtrava dalle finestre. La luce irradiava l’aula. Il bianco delle pareti accecava. C’erano molte persone presenti. Fremevano. Erano seduti ovunque. Riempivano l’aula. Al centro sedeva il giudice. E’ grande. Grande nella presenza fisica. Grande nella moralità. Rappresenta l’umanità. La sua toga è nera. La barba bianca. Nel contrasto la barba risalta. Con questa la sua saggezza. A destra il pubblico ministero. Il suo capo è pelato. La fronte è spaziosa. E’ rossa. E’ una piazza al tramonto. A sinistra il difensore. Porta gli occhiali. Gli occhiali hanno lenti finte. Forse gli danno sicurezza. Al centro la prova. L’avanzo di carne. Posato su un piatto. In alto troneggia la giustizia. Un rilievo in pietra. E’ alle spalle del giudice. La giustizia è bendata. Nella destra tiene la spada. Nella sinistra la bilancia. L’accusato è seduto. Ha le mani grandi. Due poliziotti lo sorvegliano. Il giudice alza una mano. Tutto tace. Tutto è immobile. Il pubblico accusatore si alza. E’ imponente nella sua fisicità. Ha la pancia gonfia. Le sue parole sono dure. Colpiscono. Fanno male. L’accusato trema. Il giudice ascolta. La fronte è corrugata. Si forma una ruga. Gli occhi fissano l’accusato. Gravi. Piccoli. Intimidatori. L’accusato ha un mancamento. Si accascia a terra. S’inginocchia. Prega. Trema. Guarda la carne della moglie. La sua lingua pende. Continua a guardarla. La carne è morbida. Rossa. Gonfia. Calda. Soffice. Profumata. Succulenta. Indifesa. Immobile. Il Giudice guarda l’accusato. Un uomo infimo. Distrutto. Torturato. L’accusato alza lo sguardo. Ora guarda il giudice. Lo guarda supplichevole. Il pubblico accusatore tace. Il giudice alza una mano. Tutto tace. Tutto è immobile. Il difensore si alza. Si guarda intorno. Vorrebbe capire cosa sta succedendo. Si discute. Il giudice guarda l’accusato. Lo guarda negli occhi. Lo guarda con disprezzo. E’ un uomo spregevole. Anzi non è un uomo. E’ una pulce. Il giudice parla. Non parla il giudice. Parla la giustizia. Parla attraverso il giudice. Sono parole dure. Colpiscono. Uccidono. Sferzano. L’aula si fa opprimente. Le parole tuonano. Rimbombano sulle pareti. La terra trema. Il sole scende. Il cielo crolla. Tutto il mondo implode. E’ la condanna. La morte attende l’accusato. Il coltellino è sul tavolo. La lama brilla. Il manico è opaco. Il giudice suda. Le sue dita sono appiccicose. Scorrono sulla toga nera. Tutto tace. Tutto è immobile. Tutto è attesa. L’atmosfera è pesante. L’aria è pesante. Si respira a fatica. L’accusato attende. Ha diritto ad una richiesta. Un’ultima richiesta. E’ piccolo. Si chiude in se stesso. Si chiude nei suoi pensieri. Riflette. Ecco che emerge un pensiero. Cresce. Si forma. Diventa una richiesta. Apre la bocca. Esce il fiato. La richiesta invade l’aula. Il maniaco ha fame. Ha ancora fame. Vuole l’avanzo. Vuole mangiare l’ultimo avanzo. Vuole mangiare ciò che resta. Ciò che resta della moglie. L’aula inorridisce. Tutti gridano. Si agitano. Il giudice alza una mano. Tutto tace. Tutto è immobile. Acconsente alla richiesta. Il condannato può sfamarsi. Il giudice guarda il piatto. Ora è vuoto. Non c’è più nulla. Non c’è la donna. Non c’è la carne. Non c’è la prova. Tutto tace. Tutto è immobile. La gente guarda il giudice. Il giudice guarda il condannato. Gli occhi del condannato sono grandi. Dentro c’è una domanda. La domanda esce. Invade l’aula. Invade il mondo. ?.

    Vittoria Melloni

  6. anonimo 26 ottobre 2006 a 09:30 #

    Aula di tribunale. Calda mattina d’estate. L’aria è pesante. Il caldo indebolisce i sensi. Il pubblico attende. Il caldo rende nervosi. Il pubblico aspetta l’accusato. Aspetta colui che ha ucciso. Assassino della propria moglie. Moglie divenuta carne. Piccola carne trita e insaccata. Tutti conoscono il raccapricciante episodio. Orrore. Indignazione. L’aula è un’arena. Il pubblico ministero una fiera. Voci. Rumori. E poi silenzio. Entra l’accusato. A destra un poliziotto. A sinistra un poliziotto. Le dita blu d’inchiostro. Segni della prigione. Segni della colpa. Su tutti incombe il giudice. Colui che deciderà. Lui è la giustizia. Lui è il potere supremo. Alza una mano. Silenzio. Alza la mano. Tutto è immobile. Tutto sembra sospeso nell’attesa. È giunto il momento. Parla l’accusa. Il pubblico ministero è tagliente. Parole come saette. Parole come sassi. Il giudice ascolta. Il giudice guarda l’accusato. Sguardo accusatore. Occhi che condannano. L’accusato non ce la fa. Cade in ginocchio. Implora. Prega. E lì c’è Lei. Rossa tonda gonfia. È lì davanti al giudice. La guarda. Guarda tutti dall’alto. Dall’alto del suo potere. Dall’alto della giustizia. E la Lei è lì. Il pubblico ministero tace. L’accusato alza il capo. Sembra un bimbo. Invoca pietà col suo sguardo. Il giudice supremo alza la mano. Silenzio. Il giudice guarda l’assassino. Guarda e giudica. Guarda e condanna. Prova orrore. Disprezzo. Il giudice supremo parla. Le parole spade della giustizia. Le parole sono sassi pesanti. E la Lei è lì. È la fine. Il sole muore. La terra trema. È la fine. L’accusato è condannato. Condannato a morte. Il giudice supremo tace. Silenzio. Morte. Un’ultima richiesta. Solo una richiesta per l’accusato. Apre le labbra. Il pensiero diviene parole. Parla. Vuole mangiare Lei. Vuole mangiarla. Orrore. Il giudice alza la mano. Silenzio. Il giudice ha il Potere. La può mangiare. Può mangiare la moglie. I resti della moglie. Gelo sull’aula. Lei non c’è più. È sparita dal piatto. Vuoto. Silenzio. Il pubblico guarda il giudice. Il giudice guarda l’accusato. Ha gli occhi aperti. Spalancati. E dentro una domanda. Una domanda terribile. L’interrogativo corre per l’aula. È pesante. Cade a terra. Rimane sui muri. Tutti s’interrogano. La domanda. Rimane solo la domanda.

    Cristina Del Sasso

  7. anonimo 26 ottobre 2006 a 11:45 #

    Trasformazione 2

    Un tale ammazzò la moglie. Ne fece degli insaccati. La notizia circolò velocemente. Lo scalpore fu tanto. Un ultimo reperto venne rinvenuto. Un ultimo fagiolo di carne. Il paese sconcertato reclamò vendetta. Un giudice aprì il caso. L’aula era gremita. Il processo destava grande curiosità. Il sole filtrava dalle imposte. La gente fremeva sulla tribuna. In trepida attesa ogni persona. Il pubblico accusatore attende. Il difensore attende. L’accusato attende pure. La legge non perdona. Il giudice rappresenta la giustizia. La giustizia sarà fatta valere. Il giudice si muove. La platea scalpita. Sul bancone un piatto. Sul piatto l’ultimo insaccato. Rosso di fuoco e fumante. Tondo e invitante. L’accusatore parla dice qualcosa. Il giudice resta in silenzio. L’accusato allarga le narici. Respira i caldi odorosi fumi. Le pupille galleggiano lussuriose. La bocca riarsa chiede carne. Le orecchie anch’esse protese. Protese ad ascoltare gli olezzi. Il soffice fagiolo giace ignaro. Soffice e carnoso. Un dito lambisce la carne. E’ quello del giudice. Si immerge nel piacere. Ne esce colpevole. L’accusatore tace e osserva. L’accusato sembra impazzire. Gli occhi escono dalle orbite. Il giudice fa un gesto. Il difensore si leva pure. Poi inizia a parlare. Le parole sgorgano furenti. Feriscono l’accusato. Schiaffeggiano la sua bramosia. Bloccano i movimenti. Il desiderio resta immutato. E ancora fiumi di parole. Parole di fuoco. Parole che stridono nell’aula. I muri vibrano. Sottili membrane riecheggiano sberleffi. La città sgomenta ascolta. L’aula si fa di pietra. L’aria di fa di cemento. Difficile respirare. I volti bianchi. Le mani tremolanti. Poi il febbricitante verdetto. Lo sguardo minaccioso del giudice. Un raggio di fuoco. Un proiettile dritto nel petto. In un istante tutto finisce. La terra si sgretola. Il cielo piange. Le plumbee nuvole si disgregano. L’aria si smolecola. Il giudice ha valutato.
    Colpevole.
    Un’ ultima richiesta. Si concede a tutti. L’accusato trema. La platea sgomenta attende. Il giudice attende pure. L’accusato dischiude le labbra. La saliva calda cola lenta. Il cervello elabora. La pelle si tende dalla bramosia. Il silenzio viene squarciato. La richiesta formulata. Che l’insaccato possa essere mangiato. Che l’ultimo avanzo sia consumato. La moglie insaccato finita. Un ultimo morso. Un ultimo godurioso istante. Il pubblico scalpita. Il giudice infine fa un cenno. Egli può tutto. Egli è la giustizia. Acconsente alla richiesta. Che la carne sia mangiata. Il piatto però è vuoto. Ne è sparito il contenuto. In un istante. In meno di un secondo. Piomba il silenzio nell’aula. La gente tace come imbavagliata. Lo sgomento fa ammutolire tutti. Nel piatto vuoto una domanda. Negli occhi del condannato la medesima. La domanda è orrenda. Terribile. Impronunciabile. Permea nelle menti di tutti. Scende profonda. Si inerpica per le pareti. Si rintana nelle labbra. Negli sguardi persi. Si addossa al soffitto. Diventa parte di ognuno. Il mondo ora tace. Vittima di quella domanda.

    Valentina Falcinelli

  8. anonimo 26 ottobre 2006 a 14:23 #

    Un tale ammazzò la moglie. Della sua carne seppe disfarsene. I resti divennero macabri insaccati. L’omicida fu arrestato. Recuperato un orrido budello umano. L’indignazione fu immane. Il caso finì in tribunale. Il sole irradia l’aula. I presenti fremono. La stanza ne è satura. Ogni angolo è invaso. Si distingue il pubblico accusatore. Il difensore. Due poliziotti accerchiano l’assassino. L’omicida è ripugnante. Il giudice supremo domina tutto. Il suo sguardo è attento. Estremamente indagatorio. Scruta l’accusato. Ha inizio il processo. Il silenzio incombe. Il pubblico tace. Si arresta. Il tempo incalza. Il pubblico accusatore denunzia. Con veemenza biasima l’omicida. Le sue parole sono lame. Rintronano nell’aula. L’accusato trema. Vacilla. Crolla. I resti umani sono lì. Si offrono alla vista. In un piatto. Davanti agli occhi di tutti. Sono di un rosso intenso. Sangue. Sono vivi. Raccontano di una morte mostruosa. Consapevoli di tanto orrore. La carne è morbida. La pelle ruvida al tatto. Le viscere sono ancora calde. L’assassino si ritrae. Fino quasi a scomparire. Il suo sguardo è impaurito. È quello di una vittima. Il pubblico accusatore conclude. Il difensore procede. Il difensore tace. Il giudice supremo si alza. Guarda l’imputato. I suoi occhi diffondono disprezzo. Nei gesti lo sdegno. Le sue parole condannano. Uccidono l’assassino. Il giudice supremo si esprime. È definitivo il suo verdetto. Colpevole. L’aula è immobile. Il silenzio è sovrano. La morte aleggia nell’aria. Non si respira. L’assassino può fare una richiesta. L’ultima. La fa. È indicibile. Assurda. Spaventosa. Come la morte. Come egli stesso. La mostruosità prende forma. Si insinua negli animi. I presenti sono scossi. L’orrore piomba nell’aula. Il condannato vuole i resti. Quelli della moglie. Morta atrocemente. Sotto i suoi colpi. Vuole mangiarli. Il giudice acconsente. La gente è sconvolta. Il condannato può cibarsi. Della moglie. Dell’ultimo pezzo. La folla è impietrita. Ma il giudice ha potere. È il potere. Egli guarda il piatto. La folla guarda il giudice. Il condannato sgrana gli occhi. Incredulo. Lì c’era la carne. Il budello umano. Una terribile evidenza si manifesta. Si impossessa delle coscienze. Dell’aula. Attraversa l’aula. La supera. La prova disumana è sparita.

    Manuela Veronesi

  9. anonimo 26 ottobre 2006 a 15:17 #

    Una moglie uccisa dal marito. Trasformata in insaccato. Orrore. Interviene la giustizia. Rapida. L’ uomo è arrestato. L’intero paese in tribunale. Ovunque. Per terra. In aria. Vulcano pronto a eruttare. Il bene e il male. L’accusa e la difesa. E poi il giudice. Serio e inflessibile. Sicuro e solido. Un suo gesto. La folla trattiene il respiro. È il turno dell’accusatore. Parole come spilli. Pungenti. Penetranti. Colpi mortali. Il macellaio soccombe. È travolto. Sfiancato. Umiliato. Una maschera tragica. Tirata. Rinseccolita. Sul punto di strapparsi. Poi c’è lei. L’amata. Sotto i suoi occhi. Sotto gli occhi di tutti. Budello ripieno di donna. Di carne umana. Cedevole al tatto. Sanguigna alla vista. La difesa è impotente. Il giudice no. Il giudice è valanga. È tempesta. Travolge e schiaffeggia. Il mondo soffre. Urla. Si contorce. Ammutolisce. Appassisce. L’uomo è condannato. L’ultimo desiderio. Brividi lungo le schiene. Non c’è fine all’abominio. Vuole mangiare la moglie. Quel che ne resta. L’avanzo della mattanza. Può farlo. Ma il piatto è vuoto. Era invitante la poverina. E l’aula collassa.

    Giuliana Massaro

  10. anonimo 26 ottobre 2006 a 17:20 #

    Trasformazione 2

    Un uomo uccise la moglie. La fece a pezzi. La gente apprese la notizia. Si recò inorridita in tribunale. Tutti volevano vedere cosa accadeva. L’aula era stracolma. Non riusciva a contenerli tutti. Aspettavano impazienti e rumorosi. Tutti erano al loro posto. Anche i resti della moglie. Sta su di un piatto. È sul banco del giudice. La sala brulica di voci. La carne è rossa. Morbida e profumata. Il giudice impone il silenzio. Tutto tace. L’accusatore espone i fatti. Una donna fatta a pezzi. L’imputato l’ha insaccata. Il giudice ascolta. La folla è attenta. L’imputato trema. Il giudice lo fissa. A lui tremano le gambe. Quel pezzo di carne profuma. È caldo. È lì sul piatto. Il difensore inizia a parlare. Le parole risuonano intorno. Infine il silenzio. Tutti aspettano. Il giudice finalmente parla. L’atmosfera si dirada. La terra trema. La luce diventa accecante. La voce è ferma. Colpevole! È la sentenza del giudice. La folla soddisfatta esplode. L’uomo crolla. Si accascia sconfitto. Un ultimo desiderio per lui. L’ultimo resto della moglie. L’aula si alza indignata. Il giudice acconsente. Lo stupore prende tutti. Non resta niente della moglie. Il piatto è vuoto. Il pezzo di carne sparito. Una domanda attanaglia tutti. Sguardi stupiti si incontrano. E l’insaccato è sparito.

    Carla Policardi

  11. anonimo 26 ottobre 2006 a 19:05 #

    Paola Colaguori

    TRASFORMAZIONE1
    LA SALSICCIA

    Il signor Sausage, uomo molto affascinante e di gran classe, è stato accusato di un delitto terribile: ha assassinato la moglie e i suoi resti sono stati trasformati in salsicce. Il fatto è trapelato appena nel paese, ma i pochi che sapevano non erano molto sorpresi: la cattiveria e la meschinità della signora Sausage era risaputa e una fine così brutta era ciò che si meritava.
    Il giorno del processo l’aula del tribunale era vuota e buia, la pioggia battente fuori la finestra creava un sottofondo quasi musicale. Il pubblico accusatore, con la sua chioma bionda e folta e il fisico palestrato, si sistemò al suo posto e l’avvocato difensore sedeva affianco all’accusato, tirandosi su in continuazione, come se fosse un tic, i suoi occhialoni pesanti con le lenti a fondo di bottiglia. Nel mezzo della sala c’era il giudice, un uomo smilzo e glabro e un’aria quasi impaurita: sembrava fosse capitato lì per caso. Davanti a lui, su un vassoio d’argento, era poggiata una salsiccia bianchiccia, dura e maleodorante. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi, né tanto meno di toccarla.
    Il pubblico accusatore si avvicinò all’accusato e, con aria quasi divertita, gli chiese la sua versione dei fatti. Il signor Sausage si alzò in piedi con l’eleganza e la sicurezza che l’hanno sempre contraddistinto e iniziò a parlare: la sua voce riempiva l’ambiente, la brillantezza del suo sguardo penetrante illuminava l’aula buia e il suo fascino imbarazzava i presenti.
    All’improvviso dalla finestra entrò un raggio di sole che illuminò l’aula e rese le parole del signor Sausage quasi divine.
    Il giudice, impaurito da così tanta sicurezza, si sentì piccolo e insignificante e non riusciva neanche a parlare. Davanti ai suoi occhi c’era ancora quella maledetta salsiccia che emanava un odore di morte: anche lui iniziò ad odiare la signora Sausage con tutte le forze. Per togliersi sotto il naso questa puzza tremenda, decise subito: è innocente!
    Il signor Sausage schizzò dalla sedia e, felice come un bambino, abbracciò il suo avvocato, il giudice e i poliziotti.
    Intanto fuori, il sole risplendeva vivo, gli abitanti uscirono dalle loro case e la notizia dell’innocenza del signor Sausage raggiunse ogni angolo della città. Si riunirono tutti nella piazza principale dove, in men che non si dica, allestirono un grande barbecue sul quale cocevano, scoppiettanti e profumate, salsicce per tutti!

  12. anonimo 26 ottobre 2006 a 21:55 #

    Trasformazione2:

    Un tale assassinò la moglie. Ne fece salumi. Il misfatto venne alla luce. Il tale fu arrestato. Trovarono un ultimo wurstel umano. Tutti si indignarono. Un giudice presiedette la causa. L’ aula è luminosa. Il sole entra dalle finestre. Le pareti riflettono luce. L’aula trabocca di gente. Siedono sui davanzali. Si appendono ai lampadari. A destra siede l’Accusa. Ha una pelata rossa. Il difensore è a sinistra. Porta occhiali non graduati. L’accusato ha grandi mani. Le estremità delle dita blu. Siede tra due poliziotti. Il giudice supremo si staglia. Ha la toga nera. La barba bianca. Gli occhi seri. La fronte chiara. Le sopracciglia irte. L’espressione umana. Ha la prova del crimine. È poggiata su un piatto. Sopra di lui la giustizia. Ha gli occhi bendati. Nella mano destra una spada. Nella sinistra una bilancia. È di pietra. Il giudice alza la mano. La gente tace. Tutti si fermano. La sala si placa. Il tempo incombe. L’accusatore si alza. Ha il ventre prominente. Le labbra una ghigliottina. La lingua una mannaia. Le parole percuotono l’aula. Il tale è in ansia. Il giudice è attento. Ha una ruga sulla fronte. Ha occhi grandi. Incontrano lo sguardo dell’accusato. Questo non regge il colpo. Si accascia. Gli cedono le ginocchia. Ha le mani giunte. La lingua penzoloni. Le orecchie sporgenti. La prova è davanti al giudice. È rossa. Gonfia. Ha le estremità tonde. In cima ha dello spago. Riposa. Il giudice guarda il tale. È piccolo. Ha la pelle dura. La bocca minuscola. Le labbra sanguigne. Gli occhi minuscoli. La fronte piatta. Le dita grasse. L’inquietante salume profuma. Si avvicina. La pelle è ruvida. La carne è morbida. L’unghia la scalfisce. È calda. Ha una forma soffice. L’accusatore ha finito. L’accusato alza la testa. Ha lo sguardo distrutto. Il giudice alza la mano. Parla la difesa.
    I resti della moglie incombono. La difesa ha finito. Il giudice guarda il tale. Dall’alto in basso. Con disprezzo. Scuote il capo.
    Il giudice parla. Rappresenta la giustizia. Massacra l’accusato a parole. La carne è buona. Morbida. La pelle di meno. Il giudice emette la sentenza. Condanna l’accusato. Ha le dita appiccicose. Le struscia sulla toga. Tace.
    L’atmosfera è tesa. L’accusato incassa il colpo. Può esprimere un ultimo desiderio. Ha un’idea. Non riesce a trattenersi. Lo chiede. Vorrebbe mangiare l’insaccato. L’orrore dilaga in aula. Il giudice supremo acconsente. Il giudice supremo è divino. Può mangiarsela se vuole. Ma il piatto è vuoto. Tutti tacciono. Guardano il giudice. Il condannato spalanca gli occhi. Tutti si pongono una domanda. Emerge nella sala.. Emerge in tutto il mondo.
    Flavia Macchia

  13. anonimo 26 ottobre 2006 a 23:31 #

    Nicolò Cavallaro

    Avevo mangiato mia moglie.
    L’avevo uccisa. Sventrata. Disossata. Avevo poi impastato i resti. Ne feci degli insaccati. Saporiti. Gustosi. Straordinari. Li divorai in una notte. Avidamente. Ne avanzò un solo pezzo. Un piccolo pezzo. Il pezzo è impiattato. Il piatto è sul banco. Sotto lo sguardo del giudice.
    Il fatto fece gran scalpore. L’indignazione tracimava nelle strade. Si riversò nell’aula stracolma. Traboccante di gente. Di curiosi. Di vedovi. Di giudici.
    Il processo fu breve. Semplice. Ineluttabile. Avevo ucciso mia moglie. E poi mangiata. Il processo fu inutile.
    Osservo da una gabbia. Due guardie a controllarmi. Due custodi della pantomima.
    Osservo l’accusa. Ascolto l’accusa. Ascolto le mie colpe. Sbandierate. Gridate. Deplorate. L’accusa arringa. Chiede giustizia. Pretende giustizia. La giuria annuisce. In aula la gente approva. Applaude. Insulta. E piange.
    La difesa è una farsa. La difesa è di troppo. La difesa non serve. È solo un controllo. Senza speranza. Verrò condannato. Lo si sa già. Si attende solo la proclamazione.
    Risuona il mio nome. Vengo chiamato. La mia versione. La mia testimonianza. Sono alla sbarra. Giuro sulla Bibbia. Si sollevano fischi. Il giudice richiama all’ordine. Il giudice è in alto. I resti davanti a lui. I resti di mia moglie. Quel pezzo. Quel pezzo di carne avanzato. Un piatto invitante. La fonte dello sdegno. Il giudice guarda il piatto. Il giudice guarda me. Torna sul piatto. Torna su di me. Non mi compatisce. Mi odia. Mi disprezza. Sono l’ultimo degli uomini. L’infimo. Lui è Dio. Lui sentenzierà. Lui darà alla gente soddisfazione. Lui mi consegnerà alla folla. Lui donerà le mie ossa.
    Il confronto con Dio. Cresce il timore. Fermenta la colpa. Trema il mio sguardo. Ho paura. Adesso ho paura.
    Racconto tutto. Raccolgo odio. Vacillo nella voce. L’accusa incalza. Non può darmi scampo. Vendica le coscienze. Pretende ogni cosa. Ogni dettaglio. Nessun motivo. Soltanto il fatto. Io sono niente. Pietà. Non c’è pietà. Nessuna pietà per la paura. Per la mia paura. Soltanto astio. Riprovazione. E sete. Sete negli occhi di tutti. In tutti gli occhi infiammati. È l’inferno. Sono all’inferno. Un inferno senza il demonio. Ma con un dio. Dio mi saetta di sguardi. Il piatto è la sorgente. L’inesauribile sorgente.
    Coprite quel piatto! Togliete di mezzo quel piatto! Fatelo sparire! Urlo dentro di me. Imploro senza forza. Senza coraggio. Senza volontà. Placate la sorgente.
    L’arringa finale. L’accusa accusa. La difesa tace. La giuria sparisce. Pochi secondi. Ritorna. Un foglio. Un piccolo foglio. Di mano in mano. Dalla guardia al giudice. Nelle mani del giudice. Ancora fiamme. La lettura del foglio. Inni librati nell’aula. Un’esplosione. Gioia. Rancore. Giustizia. Vendetta. La sentenza. La condanna. Sono morto. Sono morto di odio. Sono morto di biasimo. Sono morto di vergogna. Il piatto. I resti. La sorgente. Un solo istinto. Un solo balzo. Mi divincolo dalle guardie. Un solo gesto. Cieco. Affamato. Disperato. La mia bocca sui resti. C’è chi rimane immobile. C’è chi urla. C’è chi vomita. La sorgente è spenta.

  14. anonimo 27 ottobre 2006 a 11:29 #

    Trasformazione 2

    Delitto terrificante. Un uomo uccide la moglie. La trita. La insacca in piccole porzioni. Se ne ritrova solo una. Il tale viene arrestato. Il fatto circola. È sulla bocca di tutti. In tribunale la folla irrequieta. Smaniosa e caotica. Si aspetta la sentenza. A destra il pubblico accusatore. A sinistra il difensore. L’accusato è circondato. I poliziotti lo guardano. Sopra tutti il giudice supremo. Toga nera e barba bianca. Serio e autorevole. Davanti a lui un piatto. C’è l’ultimo pezzo. Ciò che resta di lei. Un involucro con dentro carne. Rossa. Succosa. Invitante. Il giudice fa un cenno. Tutti tacciono. L’accusatore si alza. La pancia enorme. La lingua tagliente. Parole come lame. L’accusato si scuote. Sussulta. Ha paura. Si abbatte e prega. Il giudice è attento. Ascolta. Guarda. Lo scruta. È piccolo . insignificante. La carne è lì. Sanguigna. Calda. Morbida al tatto. La membrana è chiusa. Lo spago è giallo. L’accusatore tace. Il difensore si alza. Parla. Parole al vento. Il giudice sentenzia. È la giustizia che parla. Frasi taglienti. Laceranti. Pugnalano l’accusato. Intorno la tensione si tocca. Si sente nell’aria. La decisione è presa: colpevole. L’accusato è impietrito. La morte è vicina. È spacciato. Ma c’è l’ultimo desiderio. Ci pensa un attimo. Poi parla. La richiesta rimbomba. È agghiacciante. Spaventosa. Vuole mangiare l’ultimo resto. Tutto intorno è fermo. Il giudice acconsente. È lui che decide. La gente è incredula. Lo sguardo si posa sul piatto. È vuoto. È sparito l’insaccato. Il giudice guarda l’accusato. È sbigottito. Nei suoi occhi una domanda. Dov’è mia moglie? L’ultimo pezzo. Scomparso nel nulla. Inghiottito nel vuoto. La domanda si legge ovunque. Sul volto dei presenti. Sulle pareti. Rimbomba nell’aria. Tutto tace.
    Colaguori Paola

  15. anonimo 27 ottobre 2006 a 13:36 #

    ALESSANDRO MAZZA – ESERCITAZIONE 6 – LA SALSICCIA

    TRASFORMAZIONE 1 – VALMONT

    Quale singolare spettacolo, cara marchesa, hanno dovuto contemplare i miei occhi !! Davvero l’abisso dell’umana miseria confina col sublime, in una vertiginosa amicizia col sentimento che chiamiamo amore.
    Noi, che di tale sensazione amiamo farcene ebbri, ammiriamo chi, disprezzando il senso comune e la decenza, converte il desiderio in furia selvaggia, per ciò stesso trasfigurandolo. Solo sfidando i limiti, solo osando, è dato competere al cospetto di Amore, giudice imparziale e delizioso.
    Quell’uomo aveva osato. Aveva, semplicemente, condotto le cose all’estremo, al sublime estremo della dedizione, quell’estremo che ti porta ad assaporare, gustare, sentire il corpo dell’amata, disciolto nel proprio palato, fuso col proprio corpo, con i propri visceri.
    Si sa, la via della perfezione, divina ascesa al Calvario, è costellata di invidie. Andare davvero oltre scatena la libidine dei vili, dei pavidi, dei tanti che privi di un abito degno di tal nome, se ne cuciono uno addosso e lo chiamano morale. Quel coraggioso – come definirlo? – quel Diogene, pellegrino obbediente di una passione tanto audace quanto perentoria, era stato condotto in tribunale. Un’aula polverosa, oscura, intrisa delle ombre silenziose di quanti in cuor loro ardono di imitarlo, non potendolo confessare a se stessi. Di questo teatro, assiso sull’anonimo scranno che era il mio loggione, contemplavo la rappresentazione, mentalmente comparando alla forza delle scene gli stacchi, improvvisi e taglienti, di un’orchestra di musici, che ne commentassero, nel ristretto teatro della mia mente, i passaggi più vivi e laceranti.

    Al cospetto dei giudici e dei difensori, pallidi comprimari, stretto fra due gendarmi, l’accusato, il Diogene, questo esploratore di una terra divina ed incognita, giaceva immerso nel silenzio, sapiente e composto, di colui che ha visto e contemplato le profondità del vero amore. Tutto in lui convergeva, come risucchiato da un movimento centripeto inesorabile, sul moto puntiforme di quello sguardo, lanciato a fissare il vuoto ed insieme offerto come il sipario della sua profondità interiore, del suo mondo. E questo movimento in direzione del suo sguardo assorbiva e riassumeva tutto ciò che di lui rimaneva indietro, come materia inerte, detrito, ai margini di quello sguardo e di quell’intensità: le sue grandi mani, poco aduse a lavorar di penna, le dita sgradevolmente orlate di blu.
    In quel silenzio irreale, la moglie, o per meglio dire quel che rimaneva, intatto, del loro grande amore. Una forma lucida, screziata, delicatamente degustabile. Se la bellezza, come dicono i filosofi, è negli occhi di chi guarda, ebbene cara marchesa, i miei occhi erano abbagliati da quel guardare. Una bellezza compiuta, geometrica, definitiva.
    La giustizia, bendata contro la propria volontà, con la bilancia e la spada, fremeva nelle sue vesti di pietra, costretta a un’immobilità pari alla sua assenza di anima.
    Il giudice supremo, sacerdote di un mistero così alto, distoglieva lo sguardo da ciò verso cui io lo affisavo, per il medesimo motivo, ma speculare a quello che muoveva me: con la sua solennità, sperimentata in più teatri, la grande barba, le sopracciglia irte, il brav’uomo si sforzava, eroicamente dal suo punto di vista, di non rimanere impigliato, catturato, irretito dal vortice di quella visione.

    Una voce lenta, dapprima profonda, poi via via più emergente e distinta, si avvolge nello spazio e nella mente con un movimento circolare, freddo e opprimente. E’ l’arringa dell’accusatore, un altro brav’uomo: enumera fatti, oggetti, circostanze, sminuzza eventi come brandelli di quella carne rosea, gonfia, offerta agli sguardi come una preziosa eucaristia, che solo al termine della sua concione mi accorgo – meraviglia! – essere come lacerata a sua volta, non più intera ma sminuzzata qua e là, percorsa da segni e tracce, di unghia, bestia famelica, o amante incorrotto.
    Oh, sacra cerimonia! Il corpo, capite, il corpo inciso, trasfigurato dai segni che lo percorrono, era lì, offerto, cara marchesa, alla gioia di chi volesse goderne.
    Il giudice guarda l’accusato, frugando nello sperimentato delle tante recite, ma tace. Il suo sguardo vibra, intenso di una partecipazione che non avrebbe mai voluto conoscere. Incontra lo sguardo del difensore, balzato in piedi come da copione. Qualcosa, sulla bocca del giudice supremo, preme per uscire, per farsi parola, diventare frase, farsi compiuta, discernere – forse il bene dal male, o il vero da ciò che infinitamente lo supera in apparenza e bellezza – giudicare.
    Giudicare! Quale arroganza, cara marchesa, quale improntitudine, pretendere di giudicare Amore, il supremo Giudice, e dall’alto di cosa poi? Della misura forse, della morale? Di ciò che simile alla morte, viene dagli uomini assunto per dimenticare la morte, per illudersi di combatterla, già morti, sul suo stesso terreno?

    Voci dal fondo, grida, qualche improperio. Uomini deboli, costernati, inadeguati a ciò che sta per compiersi. Nel cono di penombra che avvolge il teatro, lei, il frutto compiuto dell’amore, l’opera alchemica che lo invera, appare calda e succosa, tenera e dolce. Qualcuno, mentre distoglievo lo sguardo, ha approfittato di siffatta eucaristia, di questa mistica comunione. Qualcuno, non visto, ha divorato il suo pezzo d’amore, lo ha fatto proprio, viatico ad una vita finalmente rivelata, finalmente piena.
    Il giudice supremo inizia a parlare. Le parole arrivano, dall’alto e da lontano, planano e si avvolgono sui corpi, gli sguardi, la Giustizia di pietra, i simulacri e la polvere. Le parole lavano, possono uccidere – voi lo sapete, cara marchesa – possono salvare, le parole volano annoiate o sprofondano come lance, le parole restituiscono, le parole rapinano. Le parole mostrano ciò che non esiste, e nel farlo, ci ricordano quanto sia degno e meritevole proprio e soltanto ciò che non esiste.
    Il Giudice supremo ha parlato. L’Amore è salvo. Al banchetto della menzogna, e della suprema verità, nuovi convitati si apprestano, da oggi, a desinare. Nuove parole, ancora più elaborate, più libere, danzeranno il loro intreccio indifferente.

    TRASFORMAZIONE 2

    L’ha fatta fuori. Morta e commestibile. Un rotolo di carne. Gonfia e rilegata dallo spago. Si è sparsa la voce. Arrestato. Tutto il paese sconvolto.
    Scena del processo. Fiotti di luce. Sole abbagliante in aula. Gente ovunque. Premuta. Seduta. Appesa.
    Lui sta tra due poliziotti. Accusatore a destra. Difensore a sinistra. Giudice supremo in alto. Barbuto e con folte ciglia. Il Padreterno in persona. La moglie sul piatto. Tenera e fragrante.
    La Giustizia veglia. Spada e bilancia. Il Padreterno fa un cenno. Silenzio totale. Aria sospesa. Parla l’accusa. Lingua tagliente ed esatta. Taglia. Recide. Un chirurgo che seziona. Dritto al cuore degli eventi. Lui è sconvolto. Il Padreterno lo trafigge. Lui non regge lo sguardo. Si accascia. Trema. Crollo nervoso. Lei gonfia e rossa. Un uomo la guarda. Occhi puntuti. Becco adunco. Pelle da morto. Unghia incide lei gonfia. Morbida carne attraversata.
    L’accusa tace. Lui si riscuote. Il Padreterno fa un gesto. La difesa ha un sussulto.
    Lei esplode rossa e tenera. Il Padreterno contempla sprezzante. Scuote il capo. Cala fendenti. Strangola. Annienta.
    Lei si discioglie morbida. Tenace solo la pelle. Tutto precipita verso un punto. Forze invisibili comprimono lo spazio. L’aula precipita. Il mondo fuori dai cardini. Annichilito. Disseccato. Contratto. Imploso. Un coltello sul tavolo. Dove era lei. Dita appiccicose su una toga.
    Condannato. Rannicchiato emerge da sé stesso. Ultima richiesta concessa. Esita. Lenta si fa strada. Cresce. Invade. Il vuoto nella mente. Urla. Voglio lei. Voglio mangiarla. Grida. Orrore.
    Il Padreterno dispone il silenzio. Ampio il gesto. Ordina le nuvole. Chiama i cieli. Acconsente.
    Lei è sparita. Eucaristia blasfema. Il Padreterno detronizzato contempla. Il nero si allarga. Copre scranni e pavimento. Cancella metodicamente i corpi lontani. Migra in alto evaporando. Entropia in espansione sovrana. Il mondo si dilegua.

    TRASFORMAZIONE 3 (BARICCO – STYLE)

    Ebbene sì, l’aveva uccisa. La voce si sparse in paese. Dio, se si sparse. Una vita da recluso. Anni di lento, metodico precipitare nel buio cancellati da un gesto. Tutti sapevano. Tutti aspettavano. Lei, paralizzata, lui, Evandro, ad assisterla. Lei, Giulia, padrona della terra e della casa, lui, figlio del contadino di suo padre. Un grande, improvviso amore. Spezzato da un cavallo, che aveva spezzato lei. E spezzato le loro vite. Da allora, un vuoto che cresceva. Un vuoto pieno, percorso dal vento dei ricordi.
    Un vuoto che lei, ferocemente allargava. Il sorriso spavaldo, il guizzo a rassettare i capelli, la remota tenerezza dello sguardo. Amo solo te, che c’importa del resto? Lei, da sempre, conosceva i libri. E la musica. Lui la guardava, ed era perso.
    Amici, sempre di meno, sempre più lontani da quel cerchio invisibile. Una donna paralizzata ed elegante. Una vita, la loro, che si avvitava, irresistibilmente. “Amore mio, ti devo tutto” lui a lei, lei a lui. Quarantuno anni lui, e il buio cresceva a dismisura.
    L’ha uccisa. Voleva divorarla. Ora Giulia è lì, impaccata, rosea e morbida al tatto. Il tribunale è gremito. Dio, se sono arrivati. Il figlio della Nora e la moglie del notaio, il bidello della scuola e l’operaio dell’acciaieria. Il preside e la sarta. Tutti a testimoniare. Un grande amore che tutti sapevano.
    L’accusatore lo ha visto crescere. Lui, Evandro, era amico del…

  16. anonimo 27 ottobre 2006 a 14:15 #

    ALESSANDRO MAZZA – ESERCITAZIONE 6 – LA SALSICCIA

    TRASFORMAZIONE 2

    L’ha fatta fuori. Morta e commestibile. Un rotolo di carne. Gonfia e rilegata dallo spago. Si è sparsa la voce. Arrestato. Tutto il paese sconvolto.
    Scena del processo. Fiotti di luce. Sole abbagliante in aula. Gente ovunque. Premuta. Seduta. Appesa.
    Lui sta tra due poliziotti. Accusatore a destra. Difensore a sinistra. Giudice supremo in alto. Barbuto e con folte ciglia. Il Padreterno in persona. La moglie sul piatto. Tenera e fragrante.
    La Giustizia veglia. Spada e bilancia. Il Padreterno fa un cenno. Silenzio totale. Aria sospesa. Parla l’accusa. Lingua tagliente ed esatta. Taglia. Recide. Un chirurgo che seziona. Dritto al cuore degli eventi. Lui è sconvolto. Il Padreterno lo trafigge. Lui non regge lo sguardo. Si accascia. Trema. Crollo nervoso. Lei gonfia e rossa. Un uomo la guarda. Occhi puntuti. Becco adunco. Pelle da morto. Unghia incide lei gonfia. Morbida carne attraversata.
    L’accusa tace. Lui si riscuote. Il Padreterno fa un gesto. La difesa ha un sussulto.
    Lei esplode rossa e tenera. Il Padreterno contempla sprezzante. Scuote il capo. Cala fendenti. Strangola. Annienta.
    Lei si discioglie morbida. Tenace solo la pelle. Tutto precipita verso un punto. Forze invisibili comprimono lo spazio. L’aula precipita. Il mondo fuori dai cardini. Annichilito. Disseccato. Contratto. Imploso. Un coltello sul tavolo. Dove era lei. Dita appiccicose su una toga.
    Condannato. Rannicchiato emerge da sé stesso. Ultima richiesta concessa. Esita. Lenta si fa strada. Cresce. Invade. Il vuoto nella mente. Urla. Voglio lei. Voglio mangiarla. Grida. Orrore.
    Il Padreterno dispone il silenzio. Ampio il gesto. Ordina le nuvole. Chiama i cieli. Acconsente.
    Lei è sparita. Eucaristia blasfema. Il Padreterno detronizzato contempla. Il nero si allarga. Copre scranni e pavimento. Cancella metodicamente i corpi lontani. Migra in alto evaporando. Entropia in espansione sovrana. Il mondo si dilegua.

  17. anonimo 28 ottobre 2006 a 00:18 #

    Agosto 2005. Un caso di cannibalismo scuote l’opinione pubblica. T.V. ha ammazzato la moglie.
    L’ha fatta a pezzi. Ne ha preparato bocconi. Rimane una sola traccia. Ritrovata nel frigorifero di casa. Poi si è costituito. Attesa in tribunale per la requisitoria. Il dibattimento deciderà il suo destino. Orribili particolari sono stati riferiti. Aula gremita ad assistere all’udienza. Ma potrebbe essere rinviata. C’è clima di legittimo sospetto. «Si applichi la legge Cirami». Invoca l’avvocato difensore.
    Il giudice non accoglie. Brusio tra gli spettatori. Il pubblico è diviso. Innocentisti e colpevolisti. C’è chi corre a scommettere. L’imputato è in aula. Cappello blu. Pile colore arancio. Pantaloni blu. Scarpe da tennis. A testa alta. Senza proferire alcuna parola. È circondato dalla polizia penitenziaria.
    Il killer emana fascino perverso. Figura sinistra ancora da temere. Probabilmente non è pentito.
    L’udienza non è iniziata. Campanello. Il giudice ha occhiali scuri. Brutto segnale. È cattivissimo.
    L’udienza comincia. Si preannuncia una lunga requisitoria. Durerà invece solo otto ore.
    Aspro l’intervento del pm. Cinico nell’esposizione ma pragmatico. Esprime censura morale.
    La prova è lì davanti. Fa capolino il sindaco. Il pm gioca la sua partita. Bada al sodo. Secco. Asciutto. L’accusa sta ai fatti. Liquida il suo impegno. Chiede l’ergastolo. Esclude ogni attenuante. Entrano gli psichiatri. La difesa invoca l’infermità. «L’imputato ha disturbi mentali. A quattro anni è caduto. Danni ai lobi del cervello». Diversa la tesi dell’accusa. «Non è un malato mentale. Solo una persona pericolosa». Tocca alla difesa. «Manca l’arma del delitto. Non c’è il movente». Difesa incauta. Il pm se la lavora. Passo dopo passo. Documento dopo documento. Tonnellate di documenti a testimonianza. Il pm è certo della colpevolezza. Ci sono intercettazioni telefoniche. Ecco l’affondo. Morto. Arma del delitto. Movente. C’è tutto. Chiederebbe la pena capitale. Se fosse tra le pene. L’ergastolo sembra fin ragionevole. Inaudita la gravità del reato. Durissimi i commenti della difesa. L’imputato grida disperato. Il volto contorto dagli spasimi. Esplode. Assesta una stratta alle sbarre. L’odio divampa. Le guardie cercano di calmarlo. Inveisce contro il pubblico ministero.
    Colpo di scena. La voce del presunto colpevole. «Pubblico ministero sei una donna. Devi morire come lei». Indicando la prova sanguinolente. La difesa è annichilita. Dopo lo stupore. Il silenzio.
    Il giudice ordina lo sgombero. La Corte si ritira. L’attesa è scemata. Parte del pubblico è uscito. Oramai il verdetto è scontato. C’è stata l’ammissione.
    Articolo 88 codice penale. Prosciolto per infermità di mente. Presciolto. Pardon prosciolto. Vocabolo strano per questo caso. Suona male. Una beffa per la vittima. Eppure…
    Per la cronaca. Le scommesse sono state restituite. Nessuno ha imbroccato il risultato.

    Cosetta Vallerini

  18. MoroDragonetti 30 ottobre 2006 a 10:48 #

    Moreno Dragonetti

    La vicenda è semplice. Crudele. Un tale ammazza la moglie. La macella. La riduce ad un insaccato. Resta un ultimo pezzetto di carne. Viene scoperto. Arrestato. Il processo affidato al giudice locale. L’aula del tribunale è piena. Oltre ogni limite. L’aria è densa scura pesante. Quasi irrespirabile. L’imputato entra tra due poliziotti. Alla sua destra l’accusatore. Alla sua sinistra la difesa. Irrompe nella sala il giudice. Troneggia in alto su tutti. Superiore nella toga nera. Sguardo che gela. È la giustizia stessa. La sua lingua è come una spada. Tagliente e pesante. L’accusato è travolto sconfitto. Trema si accascia implora. Di fronte al giudice sta l’insaccato. Morbido rosso succulento. Il giudice incalza l’accusato lo assale. Lo distrugge. Il suo sguardo è il Disprezzo. E la carne è li invitante calda. Il giudice alza una mano. Silenzio di tomba in aula. L’accusato è distrutto. Seduto. Annientato. La condanna è emessa. Definitiva inappellabile. I presenti sono scossi. La sentenza è stata come un rombo. Il colpevole ha un’ultima richiesta. Il desiderio è latente nella mente. Cresce. Incalza fino a esplodere. La carne. Vuole mangiare i resti. Vuole completare l’opera. La gente è sconvolta. Urla disprezzo orrore. Pazzo. Maniaco. Assassino. Il giudice alza la mano. La spada della giustizia. Ha deciso. Acconsente. Guarda l’assassino. Il condannato guarda il giudice. Non c’è più carne

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