25 Ott

Trasformazione 3: riscrivere il racconto alla Baricco. Il narratore onnisciente difende in maniera delicata ma evidente il condannato. Spiegarne, inventandone di plausibili, i motivi.

19 Risposte to “”

  1. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:03 #

    L’attesa per l’udienza della Corte Suprema era grande. La notizia dell’arresto si era diffusa da qualche giorno e dalle vie ortogonali della città, trasportata da venti di fiume, era arrivata fino alle orecchie della gente che abitava le campagne. Lasciato solo, l’imputato carico di notti d’insonnia e di rimorsi, di paure e preghiere, compariva davanti alla sbarra. Le pesanti accuse che lo inchiodavano facevano presagire la pena capitale. Egli ne era certo. Nessuno ne dubitava. Secondo la notizia, per nulla aggravata con il passare di bocca in bocca – perché già all’origine vi era contenuta la massima gravità in fatto di opere imputabili ad un cristiano –, egli aveva ucciso la moglie e, fatto di incresciosa bruttezza, ne aveva fatto salsicce. E, come se non bastasse, aveva banchettato. Un orrore. Un odio. Un ribrezzo. La cittadinanza e la comunità tutta del paese non parlava d’altro per le strade e nelle taverne: attendeva da giorni la giusta punizione dell’uomo sull’uomo, il castigo della legge sul criminale, dell’arbitro sul meschino. Alcuni tra i più istruiti chiamavano tale vendetta giustizia.
    L’aula del tribunale era già gremita quando l’uscire annunciò l’imputato. Tutti volsero i loro corpi verso il portone principale da cui uscì un uomo ammanettato, un uomo come tanti altri, un uomo come tanti ce n’erano tra i banchi dell’aula e per le strade delle città. Il tale si guardò i piedi per tutto il percorso fino a quando si bloccò, alzò il viso ad altezza d’uomo e girò a destra e a sinistra il suo sguardo. Un velo di lacrime si interpose a rendere liquida quella carrellata di visi che rispondevano al suo sguardo sperduto con la severità della forza morale, ma con la sveltezza di un battito d’ali si distoglievano, quasi timorosi che la sua malignità potesse pervaderli al solo contatto autentico con quell’anima dannata. Il tale riprese il cammino e andò a sedersi sulla panchetta che gli spettava. Dal pubblico che si assiepava sui banchi sorsero dei mormorii, qualche fischio e con progressivo crescendo si udì un subbuglio generale fino al grido «Stattene in ginocchio, peccatore!» che squarciò l’aula e, attraverso l’orecchio, si infilzò nel cervello dell’imputato. «Peccatore… Peccatore… Peccatore», la parola si ripeteva nella testa del tale, come rimbalzando tra le pareti di una casa per matti e a ogni rimbalzo aumentava la sua velocità di risonanza, creava vortici di vertigine e frequenti urti sulle pareti interne, in un aumentare di velocità, di pulsazione, fino a divenire un contraccolpo violento, un avvilente gemito. Sommesso. Solo. L’imputato alzò il viso verso il palco che sosteneva il giudice, ma non riuscì a scorgerlo. Il suo sguardo si era impigliato prima, quando nel percorso aveva intercettato l’ultima porzione di sua moglie, ancora racchiusa in quella sottile membrana di budello. Rimase immobile a fissare la salsiccia, mosso solo da un sospiro affannato. Il processo ebbe inizio e fu breve. La gente già sapeva tutto ciò che doveva succedere. L’accusa espose i fatti con una certa riservatezza quasi a non macchiarsi personalmente nemmeno con le parole, nemmeno con la riproposta del fatto in suoni. L’avvocato difensore se ne stava a capo chino. Il suo era il ruolo più ingrato tra i presenti in aula; ma nessuno avrebbe voluto prendere parte attiva nel processo, tutti avrebbero preferito assistere da spettatori. Con il trascorrere dell’udienza il difensore si faceva sempre più piccolo; non aveva mai aveva guardato in faccia il suo cliente, mai gli avrebbe stretto la mano. Lui, padre di tre figli e persona che andava in chiesa e cantava nel coro. Mai avrebbe permesso che l’immagine riflessa di quell’uomo abominevole, la prova dell’esistenza del male, potesse specchiarsi sulla sua retina. Se ne stava con lo sguardo fisso sulla salsiccia. Anche l’imputato aveva puntato da qualche minuto gli occhi sulla salsiccia. D’altronde nell’aula nessuno di coloro che gli erano di fronte osava guardarlo. Né l’accusatore, né il suo avvocato difensore, né il giudice. La maggior parte degli sguardi finiva per fissarsi su quel sanguinaccio, sguardi immemori forse del fatto che si trattava di un cadavere, di carne umana speziata e che tutti fissavano senza riguardi. A un tratto, durante l’arringa dell’accusa, l’imputato si voltò in direzione del pubblico presente in sala; non riusciva ad incrociare nemmeno uno sguardo. Tutti si fingevano distratti, chi si copriva gli occhi, chi si segnava. Solo un segno, pregò. Datemi solo un segno, a simbolo della vostra pietà. Un sorriso, un paio d’occhi d’incrocio, una dolce creatura tenuta per mano da una signora. Una bimba di poco più di dieci anni l’aveva cercato con lo sguardo e in quell’istante lui sapeva di essere stato perdonato, perdonato da qualcuno di grande, qualcuno di puro, di immenso e celeste.
    Tornò a voltarsi verso il banco del giudice. Si era alle strette e la sentenza capitale era ormai imminente. Fu allora che il tale capì che non poteva lasciare tutta quella folla senza una vittima da sacrificare, senza la soddisfazione di un’agonia vera, proporzionale alla pena. Decise di concedersi all’ira e alla pazzia. Maturò al suo interno pensieri che lo riportassero alla sua condizione. Sì! Ero io! Io ero quel depravato. L’unico mostro nell’aula. Così vogliono far credere. Si mise a urlare, si aggrappò alla sbarra. Nessuno osò toccarlo né gli si avvicinò. Una bestia, un leone mangia-uomini, un animale inferocito, un cannibale. Si quietò infine. L’aula attendeva la sentenza di morte. Il giudice si alzò. Lui è la legge dell’uomo sull’uomo. Un uomo solo? No, sono tutti che parlano attraverso la sua voce. Prende parola e non guarda. Uccidere la propria moglie è un crimine. Farla a pezzi è malattia. Tritarla è psicosi. Mangiarla è un orrore. Questo dice. Non guarda e forse ha ragione. Tutti pensano uguale, tutti la pensano uguale a tutti; anche l’imputato la pensa così. È orribile, orribile, si dispera come vogliono che si disperi. Il giudice non si muove, non si è mai mosso, nemmeno ora gli si vedono gli occhi. Oggi nulla dipende da lui. Tutti sanno ciò che sarà. Solo il tale non conosce il suo destino. Solo lui non lo dà ancora per certo. C’è sua moglie nell’aula o meglio una parte di lei. La parte che non ha. Quella che mai ha avuto.
    – Tutti stanno guardando mia moglie – grida.
    La folla si scuote. Tutti bisbigliano.
    – Che volete! Infami!
    Parla il giudice supremo e tutti si acquietano. Tutti sono giudicati ma uno soltanto subirà la dura lezione della vendetta dell’uomo sull’uomo. La folla ascolta intimorita le parole che sanciscono i termini con cui sarà soppressa la carne, la pelle dell’imputato. A stento il tale vi fa fronte, dentro. Già ora è ucciso dalle sferzate dal giudice. Così si incarna la nemesi, nient’altro per oggi, solo la massima crudeltà nella pronuncia della sentenza. Voce da far tremare vetri. E sedie. E porte. Il tale si volta verso la folla, cerca il viso della bimba. La vede di spalle, affondata nella gonna di una donna. Lei piange.
    – Vi prego, portate via quella bimba. Vi prego portatemi a morte come se fossi quella bimba.

    Tommaso Gragnato

  2. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:24 #

    Un uomo uccise la moglie, ma non ne seppellì i resti. Il cadavere era stato riciclato. Salsicce. Ne aveva fatto delle salsicce. La notizia non tardò a diffondersi. Ci fu un arresto. Poi il processo. Nell’abitazione del piccolo uomo ritrovarono l’ultima salsiccia. Il caso, ormai di pubblico dominio, fu condotto dal giudice supremo in persona.
    Il processo avvenne durante una bellissima giornata di sole che riempiva l’aula e ne faceva risplendere le pareti chiare. Tutti i posti a sedere, e non solo quelli, erano stati occupati ore prima. Nessuno voleva perdersi l’evento e così anche i davanzali delle finestre erano stati occupati dai curiosi più giovani.
    Il pubblico accusatore era un uomo pelato e imponente. Sicuro di sé. L’avvocato difensore indossava degli occhiali da vista, non ne aveva bisogno, ma credeva che gli dessero un’aria più professionale. L’accusato, tenuto in ostaggio da due robusti poliziotti, sembrava ancora più gracile e indifeso. Del suo piccolo corpo solamente le sue mani, insolitamente grandi, avrebbero potuto raccogliere le forze per commettere il reato del quale era stato accusato. Su tutti sovrastava la figura severa del giudice. La toga nera e la lunga barba bianca gli conferivano una certa autorità. Nessuno avrebbe osato mettere i dubbio la sua sentenza. Osservava con aria severa i presenti, l’imputato, la salsiccia. Oltre la sua solenne figura, la giustizia. Aveva gli occhi bendati e reggeva tra le mani di pietra una spada e una bilancia.
    Ad un sol gesto della mano del giudice il silenzio calò nella sala rumorosa. Nessuno fiatava. Solo il pubblico accusatore chiese di poter prendere parola. Eccolo in piedi impegnato ad attribuire a quel piccolo uomo, l’omicida, quell’efferato delitto. Aveva ucciso la moglie. Aveva commesso il più grave dei reati. Aveva osato profanare il corpo della donna con la quale aveva condiviso vent’anni della sua vita. L’aveva trasformata in carne da macello. Le sue accuse incalzavo con tale violenza da colpire al cuore l’accusato come una lama spuntata, che si contorce nella pelle, poi negli organi senza riuscire a infliggere il colpo letale, ma causando un dolore più forte della stessa morte.
    Si premeva il petto, stingeva quel cuore sanguinante, piangeva lacrime di vero dolore. E il giudice lo guardava. Guardava lui, la sua sofferenza e poi la salsiccia. Aveva un aspetto invitante. Il giudice fu tentato di toccarla. La toccò. Era ancora calda, e morbida. Era sufficiente un leggera pressione delle dita a lasciare l’impronta sulla carne rossastra. Silenzio in aula.
    Finalmente il difensore si preparava a intervenire. Ma la salsiccia esplose, le frattaglie fuoriuscirono dal budello. Ancora silenzio. Il giudice guardò con disprezzo l’assassino. Poi prese la parola. Incalzò, colpì, aggredì, percosse, ferì, condannò. Condannò l’imputato senza dargli la possibilità di difendersi. L’aula tremò e con essa il mondo fuori. Il cielo vacillò, i fiumi bloccarono il loro corso, la terra franò, il sole si oscurò.
    Condannato.
    Sconfitto, inerme, ferito.
    Non gli rimase che un solo desiderio, la sua ultima volontà. Poter mangiare i resti della moglie. L’orrore e lo sgomento aleggiavano nell’aria. Nell’aula un unico brivido corse lungo la schiena dei presenti, quando il giudice acconsentì alla richiesta. In sala un sospiro di sollievo si diffuse quando si accorsero che dal vassoio era scomparsa la salsiccia. Il condannato né morì sul colpo.
    Sul volto di tutti si stampò un’unico interrogativo senza risposta. Nel cuore di tutti la sola domanda importante non prese mai forma. Nessuno si chiese il perché di quel gesto, dell’omicidio, delle salsicce. Nessuno seppe mai di una donna in fin di vita che chiese al marito di porre fine alle sue inutili sofferenze. Nessuno sentì mai una moglie implorare al marito di portare per sempre con sé una parte di lei.
    Nessuno capì mai quel grande gesto d’amore.

  3. anonimo 25 ottobre 2006 a 12:26 #

    ehm…scusate! ho dimenticato la firma. Il secondo commento è il mio!
    Surya Amarù

  4. anonimo 26 ottobre 2006 a 00:06 #

    Aveva tutto scritto negli occhi. Era un uomo di mezza età, con il dolore nello sguardo, e l’incapacità di accettare quanto stava accadendo. Anche mentre stava seduto sulla sedia dura e scomoda dell’aula del tribunale, con tutta la vita sulle spalle. Aveva lavorato per anni, spezzandosi la schiena in un magazzino. Eppure veniva da una buona famiglia, aveva una cultura. Ma il mondo, si sa, gira come deve girare. L’ho incontrato la prima volta in prigione, ero anch’io dentro, voglio dire. Per una sciocchezza, un furtarello su un treno… roba da niente. Lui era appena stato preso, ed era la prima volta. Si guardava intorno spaesato, era evidente che non era “uno di noi”, gli esperti del “dentro e fuori”. Negli occhi aveva tutto già scritto, da prima, voglio dire: chiunque avrebbe potuto vederlo, solo a voler guardare bene. Una vita tranquilla, senza grandi scossoni; una casa, un giardino, una moglie un tempo bella, ma sul punto di sfiorire da anni. Sicuramente i suoi occhi erano così, perfettamente leggibili, anche da bambino. Incontrandolo avresti potuto dire: “Buon dio! questo ragazzo, da grande, farà qualche casino! Speriamo che qualcuno lo fermi!” Avresti potuto dirlo. E l’avresti detto, solo a voler guardare bene. Ma evidentemente nessuno lo ha mai guardato negli occhi. Non sua moglie, né i suoi figli. Forse il suo cane, se ne aveva uno.
    Mi ha raccontato parte della sua vita quella notte stessa, nella cella fredda: non riusciva a dormire. Sua moglie. Sua moglie era un fiore, si erano sposati in fretta, mentre lei aspettava già da cinque mesi. Avevano dovuto aspettare che lui diventasse maggiorenne, perché la famiglia non voleva. Il bambino non era mai nato. Ma la vita ormai era segnata. Tagliati i ponti con la famiglia, lui dovette trovare un lavoro, lasciare gli studi, dimenticare i sogni di tutta una vita, per vivere di quell’unico sogno: la famiglia perfetta. E c’era riuscito! Diavolo se c’era riuscito! Due bambini meravigliosi, cresciuti nell’amore e nel rispetto. Con gli anni anche i genitori si erano riavvicinati: la sorella non aveva avuto figli, e gli unici nipoti avevano un po’ addolcito i nonni. Poi i figli erano diventati adulti, se ne erano andati per la loro strada. Anche i genitori se ne erano andati per la loro, un’altra, quella che ci aspetta tutti: proprio così disse! All’alba stava ancora raccontando, sereno, dei suoi nipotini, della torta che sua moglie preparava la domenica, dei suoi figli lontani, che però vedeva ogni anno: a Pasqua, a Natale, e a volte anche d’estate.
    Quando la mattina dopo mi fecero uscire, lasciando invece lui dentro, non capivo cosa potesse aver fatto un uomo così mite, di cosa potesse essere accusato. Uscii, dopo avergli promesso che sarei andato a trovarlo, ma convinto che sarebbe uscito presto, questione di giorni. Forse di ore. Poi comprai il giornale. E lo vidi. Quello che era successo non corrispondeva all’immagine che mi ero fatto di lui, ma subito mi accorsi che in realtà aveva tutto scritto negli occhi, ed ero io che non avevo saputo leggere. Ma avrei potuto, solo a voler guardare bene. Lessi l’articolo con attenzione più volte. Era un articolo breve, freddo. Aveva ucciso la moglie, ne aveva fatto delle salsicce e le aveva messe in un congelatore, uno di quelli vecchi, grandi come una lavatrice. C’era la foto del congelatore accanto alla sua. Strane perversioni del giornalista. O dell’impaginatore. In sette mesi, senza aver neanche denunciato la scomparsa della moglie, l’aveva lentamente mangiata, nelle serate solitarie. Poi l’avevano scoperto; lui non aveva rilasciato nessuna dichiarazione.
    Andai a trovarlo dopo un mese, appena riuscii ad ottenere il permesso. Fu contento di vedermi, anche se capì subito che ormai sapevo. Sapeva guardare bene, lui. Serenamente continuò il suo racconto: a Natale erano arrivati i suoi figli, con le nuore e i nipotini. Non si erano accorti subito dell’assenza della moglie: da molti anni era malata, raramente usciva dalla propria stanza, non faceva più le torte la domenica. I medici non avevano saputo curare quella lenta regressione delle cellule del suo cervello. La sera, solo la sera, dopo ore che erano in casa, il figlio maggiore era andato a vedere in camera. L’aveva trovata ordinata, pulita, la vestaglia di lei piegata sulla sedia. Lui aveva continuato a avere cura delle sue cose come se non fosse mai andata via. Come se non fosse successo nulla. Non aveva saputo rispondere alle domande. No, non era in un istituto. No, non era morta. No, non era successo nulla. Cosa era successo? La polizia era arrivata immediatamente, mentre i bambini piangevano per la fame, e il cenone di Natale era inevitabilmente rovinato. Il tempo concesso per il colloquio era finito. Ci salutammo come due vecchi amici.
    Andai in tribunale la settimana dopo. Lui mi vide subito tra il pubblico, e accennò un sorriso cordiale e un gesto del capo. L’avvocato della difesa tentò la via dell’infermità mentale, ma lui non sembrava, non era pazzo. Vidi gli sguardi sconvolti e scandalizzati della giuria, e quelli affamati di notizie dei giornalisti. Vidi il desiderio morboso di saperne di più dei curiosi. E vidi il suo sguardo. E i suoi occhi, in cui c’era già tutto scritto. Al loro arrivo i poliziotti di turno la sera della vigilia di Natale, già di cattivo umore, avevano trovato una famiglia disperata, e un uomo inebetito. Alle ripetute domande su dove fosse la moglie, certi che si trattasse solo dell’occultazione di un cadavere da parte di un marito troppo devoto, non avevano ricevuto risposta. Il giorno dopo avevano perquisito la casa, la cantina, il giardino. L’avevano trovata, sepolta nel piccolo orto. Avevano trovato le sue ossa, voglio dire, e la fede matrimoniale ancora al dito. Il medico legale dichiarò che la morte era avvenuta per un colpo netto alla testa. Il cranio ne portava i segni evidenti, sui capelli c’erano ancora tracce di sangue. Ma la carne, il resto del corpo, non si trovava. Mite come sempre, lui aveva condotto l’ispettore al congelatore, lo aveva aperto, aveva mostrato l’unica salsiccia che c’era. Tutto quel che restava di lei, e che in tribunale era davanti agli occhi di tutti, etichettata come “referto D”. Non aveva tentato di negare.
    Tornai a trovarlo più volte, durante il processo. Non gli chiesi mai perché. Lui continuò a raccontarmi episodi, avvenimenti, la vita in carcere, così diversa. Non aveva tentato di negare. Né lo fece quando all’ultima udienza fu chiamato a deporre. Semplicemente diceva di sì, lo aveva fatto. E sì, l’amava ancora. Nessuno accettò il suo atteggiamento durante il procedimento. Anche il suo avvocato difensore era ovviamente scontento. Che non chiedesse perdono ai suoi figli, e ai suoi nipoti, e al mondo intero, che non si disperasse, gridando la propria colpa, o la propria innocenza, che mantenesse sempre quella serenità, quella dolcezza, era inammissibile. Il giudice lo guardava con occhi piccoli e pieni di disgusto. La giuria era attonita. Il pubblico ministero quasi non tollerava di trovare davanti a sé una strada così facile.
    Pochi giorni prima che venisse trasferito nella prigione che sarebbe diventata la sua casa per sempre, lo andai a trovare per l’ultima volta. Sembrava invecchiato, ma sorrideva. Dopo avermi perquisito, ci permisero di passeggiare insieme nel cortile del carcere. Mi ringraziò per la mia presenza, e per non avergli mai chiesto nulla. Mi guardò con i suoi occhi limpidi e sinceri. E mi disse che l’amava. Che l’aveva fatto non perché non poteva più vederla soffrire, come il suo avvocato voleva che dicesse, né perché era stanco di prendersene cura, come il pubblico ministero voleva che ammettesse. L’aveva fatto perché non aveva potuto evitarlo. Un giorno, in primavera, si era alzata ed era uscita dalla sua stanza mentre lui era in bagno; lui aveva appena fatto in tempo a vederla, quando era caduta sui gradini della cucina, ed era rimasta, viva ma immobile, ai suoi piedi. No, il colpo in testa non gliel’aveva dato lui, ma non era morta così. Mentre lei lo guardava dal nulla dei suoi occhi, era suonato il telefono. Lui era corso a rispondere: era suo figlio minore, che voleva il numero della zia. Lui aveva tentato di dirgli quello che era successo, che stava succedendo, ma il figlio non aveva capito, non aveva chiesto oltre. Aveva fretta, il lavoro, la zia… Lui era tornato dalla moglie, stesa a terra, che respirava per puro istinto motorio. In silenzio lui aveva preso un coltello, e gliel’aveva affondato nel petto. Poi aveva iniziato il suo lavoro lento e preciso. L’aveva mangiata, sì, perché si era ricordato con tenerezza dei loro primi incontri, di quando, giovane bella e inesperta, lei gli ripeteva con un sorriso “fammi tua!”
    Il giorno del verdetto la sala era gremita di gente, tutti gli occhi erano puntati su di lui. Lui accennò il solito sorriso verso la mia direzione. Solo allora mi accorsi che era un gesto furtivo, nascosto, per evitare di mettermi in imbarazzo. Mi vergognai come se avessi voltato lo sguardo, tentai di rispondere al sorriso, ma già lui non mi guardava più. Il verdetto fu emesso in pochi minuti: colpevole. La pena – prevedibile – era l’ergastolo. Durante le diverse pratiche burocratiche che seguirono, un uomo entrò trafelato per parlare con il giudice. Tentò di non farsi udire, ma tutti sentirono: il referto D, la salsiccia, era stata trafugata, scomparsa dalla sala attigua. Guardai lui: il suo sguardo mutò rapidamente, vi lessi lo stupore, la disperazione, lo scandalo. Lentamente le stesse emozioni invasero gli occhi e le bocche di tutti i presenti. E allora, solo allora, mi accorsi che lui, di nuovo, sorrideva. Finalmente sereno.

    dora di marco

  5. anonimo 26 ottobre 2006 a 09:13 #

    Nicola era una persona molto razionale, aveva pianificato la sua vita nel momento in cui era entrato all’università; poi era bastato seguire con costanza la sua tabella di marcia per arrivare dove era ora. Ci sono pochi uomini che arrivati all’età di quaranta anni si possono ritenere soddisfatti della propria vita e realizzati. Nicola aveva raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato; aveva un buon lavoro, una moglie bella e intelligente, un figlio in gamba e un affettuoso bovaro bernese. L’anno che stava iniziando era un anno speciale per Nicola, era l’anno in cui avrebbe estinto il mutuo della casa; da quel momento in poi avrebbe solo dovuto godere di tutto quello che aveva costruito con lenta pazienza, avrebbe iniziato una nuova fase della sua vita, la felicità. Quella mattina andò in banca, camminava lentamente, sorridendo, si compiaceva d’ogni singolo passo che lo portava verso la felicità. Nicola era preparato a tutto nella vita ma mai si sarebbe aspettato quello che gli capitò quella mattina allo sportello bancario; l’impiegato gli disse che era andato in rosso, c’erano stati molti prelievi da parte della moglie. Non fu il fatto in sé a sconvolgere la vita di Nicola ma tutta la serie di eventi concatenati a quel momento che fecero crollare l’edificio della sua vita, un edificio evidentemente soltanto di cartapesta. Nicola tornò a casa per parlare con la moglie dell’accaduto, sperava che lei avesse una giustificazione da addurgli. La discussione non andò esattamente come si era prefigurato; la moglie ormai smascherata vomitò fuori tutto quello che si teneva dentro da anni, tutte le menzogne, tutte le falsità che aveva raccontato al marito. Nicola guardava quella donna con occhi diversi, era un’estranea, non era la donna che aveva sposato e che aveva avuto al suo fianco per tutti quegli anni. Sembrava una strega, la sua voce era acida e stridente mentre gli diceva che aveva un amante da anni, che suo figlio in realtà era di un altro uomo e che lui era un tale fallito da non essersi accorto di nulla. Le sue parole denunziavano un solo sentimento, odio, odio profondo, odio profondo ed ingiustificato. Nicola si sentiva vuoto, le parole della moglie gli sembravano un rumore cupo e lontano, gli iniziò a girare la testa. La mente umana è un organo complesso e alle volte per preservare la sua esistenza si difende con modalità misteriose.
    Nicola si ritrovò inspiegabilmente dal condurre una vita normale ad un’aula di giustizia. Non sapeva bene cosa fosse successo ma si rendeva conto che qualcosa di grave era accaduto e che lui ne era responsabile. Nicola subì silenziosamente il processo; prese molto sul serio quello che gli era capitato, ad essere precisi prese sul serio quello che udì essergli capitato. Nicola aveva ucciso la moglie e l’aveva data in pasto al cane sotto forma di carne macinata. Il processo si svolse senza intoppi in modo sereno e lineare. Nicola rimase silenzioso durante tutta l’arringa del pubblico ministero; la vicenda aveva dell’incredibile ma il fatto di essere lì a rispondere alle domande dell’interrogatorio era già di per sé, agli occhi di Nicola, una prova della sua colpevolezza. Quando Nicola udì le modalità con cui aveva ucciso la moglie il suo cuore divenne piccolo, un piccolo buco profondo, un pozzo nero e vuoto, stava per sentirsi male ma rimase impassibile. L’aveva uccisa, ne aveva fatto salsicce e le aveva date in pasto al cane. In fondo era sempre lui, sempre il solito Nicola, la persona razionale ed idealista che non si scoraggiava davanti a nulla. Credeva ancora in tutto quello in cui aveva creduto fino a qualche tempo prima primo fra tutti credeva nella giustizia. Doveva pagare, non tanto per avere ucciso la moglie quanto per non essere riuscito a portare a compimento il suo progetto di vita. Quando il giudice proferì la sentenza Nicola era in piedi, calmo ed impassibile, accettò il verdetto della giustizia senza scomporsi minimamente.

    Vittoria Melloni

  6. anonimo 26 ottobre 2006 a 10:34 #

    Nell’aula del tribunale la luce penetrava abbagliante dalle immense vetrate, tutto era illuminato da quel sole che splendeva in una giornata primaverile, in cui gli uccelli cantano, le rondini volano, le nuvole sembrano rincorrersi nel cielo. Ma lì, dentro quelle mura, la serenità e la pace della primavera non potevano entrare. Erano rimaste fuori ad aspettare che tutto finisse, che tutto si concludesse.
    L’aula era gremita, ogni posto era stato occupato: quel delitto era diventato il caso del mese. Da quando Giuseppe Andreoli aveva ucciso sua moglie le pagine dei giornali non avevano fatto altro che parlare di quel delitto, crocifiggere quell’uomo, giudicare quell’assassino. La notizia aveva scandalizzato tutti per la sua atrocità: quell’uomo aveva ucciso sua moglie, l’aveva squartata e ne aveva fatto una salsiccia. I giornali sguazzarono in quella storia. Le televisioni fecero interviste su interviste ai suoi vicini, ai suoi parenti, ai genitori della moglie. Tutti avevano già giudicato, tutti avevano stabilito la sua colpevolezza. Ma nessuno si era preoccupato di capire perché. Perché un uomo “normale” come Giuseppe aveva commesso un simile delitto? Quarantadue anni, felicemente sposato con una bambina, Lucia. La sua vita scorreva come nelle pubblicità del Mulino Bianco: una famiglia perfetta. Un lavoro in banca, il calcetto con gli amici, una moglie premurosa e sempre presente. Da quando nacque Lucia poi tutto divenne un sogno: quella bambina gli cambiò la vita, era la sua “principessa”. Viveva solo per lei. E la moglie questo lo percepì: iniziò a sentirsi trascurata e cercò sostegno e attenzioni altrove. Ma Giuseppe non si accorse di niente, non notò le frequenti uscite della moglie, le telefonate bisbigliate in bagno, i fiori in casa…
    Vedeva solo Lucia, viveva solo per Lucia.
    Ma lì, in quell’aula la sua principessa non c’era, gliel’avevano portata via, avevano detto «quest’uomo è pericoloso, è un maniaco, un assassino». E da quel giorno la sua vita si frantumò.
    Quando entrò in quell’aula le voci lo assalirono, lo sommersero di insulti. La sua testa chinata sul petto nascondeva uno sguardo vuoto, uno sguardo che aveva perso la scintilla della vita.
    Si sedette sulla sedia vicino al suo avvocato, rassegnato ad una sentenza già scritta. Giuseppe non aveva provato nemmeno a difendersi: aveva ucciso sua moglie, l’aveva dovuto fare.
    Nessuno l’avrebbe capito. Quando quel giorno rientrò inaspettatamente a casa la vide con i suoi occhi: era fra le braccia di quell’uomo, le sue mani grandi le toccavano le gambe bianche, morbide, la sua bocca baciava quell’esile corpo, il suo sesso era lì davanti a lei, che rimaneva in silenzio. Un incubo? No, i suoi occhi stavano guardando quell’uomo che violava la sua principessa! La moglie entrò di corsa dopo aver visto la macchina nel viale. Provò a dare delle spiegazioni, gli disse che era un suo amico, che si frequentavano, che aveva lasciato la bambina solo per pochi minuti. Ma Giuseppe non sentiva più nulla, la sua mente era immersa nel silenzio, i suoi occhi continuavano a vedere quella scena, quelle mani, quei baci… E li uccise. Mise al sicuro la bambina, prese la pistola che teneva nascosta nell’armadio e li uccise. Non udì nemmeno lo sparo. Li uccise. Ma non bastava a placare il suo odio e il suo orrore. Allora prese un coltello e iniziò ad incidere lentamente il corpo della moglie con un coltello… Finché non ridusse quel corpo in brandelli. Allora prese quei resti e ne fece una salsiccia. Una piccola poltiglia di carne che avrebbe ricordato per sempre a tutti quell’assurda violenza.
    Quando il giudice entrò lo guardò con orrore. Era colpevole. Per tutti Giuseppe era colpevole. E lui era pronto ad accettare quella sentenza. Il giudice emise il verdetto: ergastolo.
    Era colpevole: colpevole di aver difeso la sua bambina, di averla amata più della sua vita, di aver punito coloro che avevano “ucciso” la sua principessa. Il giudice gli diede la possibilità di esprimere un ultimo desiderio e Giuseppe finalmente parlò: «Voglio mangiare la salsiccia». Tutta l’aula rimase sbigottita e senza parole. Il giudice, che non si capacitava della violenza e della pazzia di quell’uomo, assecondò la sua richiesta.
    Giuseppe si alzò, si avvicinò a sua moglie e aprì la bocca. Con un gesto prese la salsiccia e la mangiò.
    Aveva eliminato completamente sua moglie, la sua principessa era salva.
    Giuseppe fu portato via dai poliziotti. Fra la folla che vomitava parole, tra le lacrime diceva soltanto «Lucia»…

    Cristina Del Sasso

  7. anonimo 26 ottobre 2006 a 11:45 #

    Trasformazione 3

    Un uomo uccise la moglie per farne poi delle salsicce. La città era in preda allo sgomento, smaniosa quasi di scoprire il verdetto, non la verità. Un atto così macabro non s’era mai sentito nella storia del paese. Suscitò per questo motivo grande clamore, e tutti i cittadini accorsero al tribunale, il giorno del processo, quando fu rinvenuta l’ultima salsiccia. L’aula pullula di gente e il sole disegna insolite fantasie sulle bianche pareti. Ognuno prende il proprio posto e data la mancanza di spazio, ci si accalca, ci si stringe, ci si siede persino sui davanzali delle finestre. Quell’aula sembra un brodo primordiale, con piccoli e infiniti esseri che lo abitano, con corpi che ne riempiono ogni angolo, ogni millimetro, che si stringono, cingono, spintonano. Il giudice supremo troneggia con indosso una toga nera come la notte. Osserva con piccoli occhi neri intorno a sé. Una folta barba bianca incornicia il suo volto disteso e pare una bandiera che inneggia alla purezza d’animo, all’equità, alla giustizia. I giusti verranno premiati, i colpevoli puniti. Dura lex sed lex, dicevano gli antichi.
    Alla sinistra del giudice siede il difensore, mentre alla sua destra sta l’accusatore. L’uno occhialuto, l’altro pelato. L’accusato invece sta tra due poliziotti, in attesa del verdetto. Il giudice fa un cenno e la sua mano sembra liberare stormi di pensieri, frotte di trepidante curiosità. La giustizia, raffigurata alle sue spalle su un bassorilievo marmoreo, è una donna bendata che regge una spada e una bilancia. Punizione ed equità.
    Su un piatto, sopra il bancone, giace l’ultima salsiccia. E’ succulenta, tonda, fumante, perfetta. E’ profumata, soffice. E’ la quintessenza del gusto, del sapore e troneggia nel piatto, lì, da sola. Ultima. L’accusato la guarda con gli occhi desiderosi di un bambino, di fronte al giocattolo che non ha mai avuto e che vorrebbe intensamente possedere. L’accusatore si alza. Come un fiume in piena travolge l’accusato. Parole piene di rabbia gli piombano addosso, lo schiaffeggiano, lo soffocano. Il giudice ascolta in silenzio, valuta nella sua mente e la barba bianca penzola dal suo mento. Sulla sua fronte, si dipinge una ruga. E’ la ruga del dubbio, dubbio che gli si insinua nelle viscere, che scuote mollemente la sua anima. Cerca di distendersi. Contrae le labbra, poi si volta un istante e osserva la Giustizia che tiene in mano spada e bilancia. Quella ruga sembra essersi dissolta. Troppo in fretta forse.
    Con un dito sfiora la sottile eppur dura membrana che avvolge la carne. Non resiste. La salsiccia è così soffice e tonda che il dito sprofonda, squarcia con l’unghia il duro budello e affonda nella tenera carne, riemergendone colpevole. L’accusato sembra impazzire di fronte a quell’immagine, i suoi occhi si fanno lucidi di brama, il suo corpo febbricitante inizia a tremare di voglia e desiderio. Il giudice strofina il dito reo sulla toga nera, lasciandovi oleose e profumate striature. Incomincia poi a parlare, forte dell’immagine della spada che poc’anzi aveva contemplato. Ha ritrovato la forza e lo slancio necessari per formulare il crudele verdetto. In un attimo l’aula diventa l’inferno. Le pareti vibrano, il soffitto sembra farsi più basso, le porte sembrano doversi scardinare da un momento all’altro. L’aula è soffocata da quelle parole. La morte spalanca le sue fauci, bramosa anch’essa come l’accusato. L’accusato è dichiarato colpevole. La gente, che aveva ascoltato in silenzio fino a quel momento, trema di paura, di sgomento. Il condannato ha diritto all’ultima richiesta. Osserva il giudice che continua a strofinare le mani sulla toga per lavare via il peccato. Si strofina allora le mani, calde di piacere, pronte ad affondare anch’esse nella soffice carne. Formula la sua richiesta. Vuole mangiare quel che resta della moglie, vuole mangiare l’ultima salsiccia. Il giudice, dio supremo del tribunale, fa un cenno con la testa: ha acconsentito. Guarda il piatto dinnanzi a sé. La salsiccia non c’è più, è sparita. Il condannato sbarra gli occhi, scuote il capo. Non crede a ciò che vede. La platea è sbigottita. Nel piatto una domanda, negli occhi del condannato e nelle menti della gente la medesima. Un grosso, immenso, gigantesco punto interrogativo piomba sul tribunale, sulla città, sul mondo intero.

    Valentina Falcinelli

  8. anonimo 26 ottobre 2006 a 14:28 #

    La città era impallidita dinanzi a tanta atrocità. Inutile forse domandarsi il perché di tale efferato gesto.
    Troppo facile giudicare. Troppo facile condannare. Nessuno si era chiesto il perché. A nessuno importava sapere. Chi conosceva davvero quell’uomo? E sua moglie? Che tipo era? Il loro non si poteva certo definire un matrimonio “felice”. D’altronde nessun matrimonio, forse, lo è. Ma almeno lui ci aveva provato. In tutti i modi. Mangiando ogni boccone amaro. Anche il più crudele, il più feroce, il più spietato di tutti. Aveva dovuto inghiottirla la sera prima del fattaccio la più terribile delle verità.. Nessuno aveva saputo. Nessuno doveva sapere. Il delitto era stato compiuto e della povera donna non restavano altro che macabri resti, conservati in modo altrettanto orribile da colui che le aveva tolto la vita. Il caso venne affidato al giudice supremo del paese in cui era avvenuto il terribile omicidio. Il processo era stato seguito da una folla inferocita, avida di vedere, di giudicare, di comprendere. Un atto così crudele da interrogarsi su quanta e quale mostruosità cela l’animo umano. Nell’aula giudiziaria tutto parlava di morte. I resti della donna, davanti agli occhi di tutti, ricordavano che si stava giudicando un mostro. Un assassino che, in quella stanza satura di disprezzo e condanna, manifestava tutta la sua debolezza, il terrore che ne invadeva il corpo. Il giudice supremo, il pubblico accusatore e il difensore erano lì a decidere, uniti e divisi, del destino di quell’uomo che pareva soccombere sotto il peso della sua stessa umana malvagità. Gli sguardi si rincorrevano in un susseguirsi di implicite e terribili domande. Il silenzio tombale rendeva ancora più solenni i gesti, le parole. La tensione emotiva, che si era impossessata di tutti i presenti, era alimentata dalla visione di ciò che rimaneva della moglie dell’omicida: resti di carne umana massacrata, triturata. La salsiccia, così era stata chiamata. Le parole sembrarono tagliare l’aria, uccidere ogni clemenza, quando il giudice supremo dichiarò colpevole l’imputato. Quello dell’assassino fu l’ultimo tassello di orrore: il maniaco omicida desiderava mangiare i terrificanti avanzi della moglie. Fu questa la sua risposta all’umana concessione fattagli dal giudice supremo. Tutti volsero lo sguardo verso l’orrido trofeo, su cui gli occhi si erano costantemente posati durante il processo. Il giudice supremo, la folla, l’imputato mossero lo sguardo verso il piatto che, fino a qualche istante prima, conteneva la salsiccia. Era sparita. Una domanda terribile si insinuò in ognuno dei presenti, raggiunse ogni angolo della stanza fino a sconfinare quel luogo disgraziato.

  9. anonimo 26 ottobre 2006 a 14:34 #

    scusate..sarò stata contagiata da Surya…?
    il settimo commento è il mio!

    Manuela Veronesi

  10. anonimo 26 ottobre 2006 a 14:38 #

    chiedo clemenza vostro giudice! Perdonate il mio errore…
    il mio commento è l’ottavo!

    Manuela Veronesi

  11. anonimo 26 ottobre 2006 a 15:21 #

    Improvvisa e violenta accade la tragedia: un uomo, un marito, uccide la moglie. È come uno squarcio, una ferita per entrambi. Sì. Lei al colpo non ha resistito, lui ha indugiato nella sofferenza rimanendo invischiato nel dolore. Ha trasformato la consorte esanime in salsicce. ‹‹Che orrore … ›› bisbiglia la gente. ‹‹All’inferno !›› urla la folla. Ma che ne sanno loro, abitanti di un paesino, dove tutto è piccolo, tutto è lento, a volte immobile, soporifero. Soffocante. La vita strozza, fa lo sgambetto, lo fa a chi ami e gli altri stanno a guardare distratti. Non capiscono. Non sentono.
    Comincia il processo, bisogna ristabilire l’ordine, marcare energicamente il confine tra bene e male. L’uomo lo sa e non si oppone, vorrebbe solo meno clamore. Possibile? No, si comporterebbe come i suoi concittadini, sconvolto spaventato senza fiato urlerebbe poi con tutta la forza possibile contro un simile mostro. L’accusatore è lì per annientarlo. Le parole come fruste schioccano nell’aria, si attende solo il colpo finale. Il suo difensore è annichilito, le sue sono armi spuntate. Nell’aula che trasuda sgomento, dolore e ribrezzo il giudice dal suo scranno anticipa il verdetto con lo sguardo severo: ridare un senso alla parola ‘umanità’. E infatti è condanna.
    Ha amato una donna e ha scelto di passare con lei il resto della vita. L’ha amata non perché sapesse stare con i piedi per terra, ma nelle terra; voleva che i suoi sensi fossero sempre stimolati, voleva infiammarsi per un odore, un sapore, un contatto. Ogni fibra del suo corpo era votata al piacere, avvolgente e vivifico, mai volgare ed esagerato. Poi lo strappo. La sofferenza del corpo e dello spirito e la decisione del marito di intervenire, drasticamente.
    Allora l’ultimo desiderio dell’uomo è quasi scontato, banale: baciarla un’ultima volta, mangiarla di baci. Sì, una salsiccia: una salsiccia non è dozzinale, è sapidità, è pienezza, è turgore, è sostanza, è vita.
    In aula dilaga la nausea.
    Non possono capire. Non devono capire.

    Giuliana Massaro

  12. anonimo 26 ottobre 2006 a 17:21 #

    Trasformazione 3

    L’aria era già piena di gente, e la luce che entrava dalle grandi finestre rendeva l’atmosfera accecante, surreale. Tutti attendevano con impazienza; un brusio di sottofondo riempiva la sala, i banchi, le pareti. E all’uomo sembrava di impazzire: le sentiva nella testa quelle voci sussurrate e gridate. Guardava per terra per non mostrare il terrore nei suoi occhi, teneva le mani tra le gambe per nasconderne il fremito. Attendeva anche lui, dalla sedia dell’imputato, che tutto iniziasse, che tutto finalmente finisse. Il giudice entrò in aula seduto al suo posto sembrava così lontano, irraggiungibile. Davanti a lui un piatto, la prova per tutti, la liberazione per quell’uomo piccolo che nascondeva le mani. Il giudice ha lo sguardo severo, l’aspetto imponente incarna la giustizia assoluta, quella che punisce i colpevoli e assolve gli innocenti. Ma la giustizia è bendata e non vede; non vede chi non gli sta di fronte. Ascolta i fatti, segue le regole, non guarda negli occhi di quell’uomo, non ne riesce a vedere il tormento… altrimenti capirebbe.
    L’avvocato dell’accusa inizia la sua arringa. Parole giuste, discorsi sensati, regole matematiche; ma risuonano di vuoto quelle parole, sono fredde, astratte; tendono all’universale, perché è così che funziona, e si allontanano dal particolare, dal piccolo uomo seduto in quella sedia con lo sguardo basso.
    L’avvocato prende in mano il piatto che contiene una salsiccia e lo mostra all’aula: «Uno scempio – dice – un crudele assassinio», e non sa che quel pezzo di carne è un riscatto.
    La folla è rapita, è indignata; l’avvocato li ha conquistati. Il giudice guarda l’accusato e i suoi occhi sono ghiaccio infuocato, gelide frecce che lo trapassano e gli bruciano dentro. Sono occhi che non sanno guardare, altrimenti vedrebbero. E l’imputato sotto quello sguardo ha un fremito, perché gliene ricorda un altro di sguardo; uno sguardo sprezzante, che l’ha perseguitato per quaranta anni. Uno sguardo e una voce: «Salame!». E a questo ricordo l’uomo comincia a sudare, rivive l’umiliazione e la sofferenza di tutte le volte che ha sentito quella parola per quaranta anni.
    «L’accusato è colpevole – sta dicendo l’avvocato – di aver ucciso la moglie e fatto scempio del suo corpo». Conclude così la sua arringa. È un bravo oratore quest’avvocato, ha conquistato tutti, ma neanche lui riesce a vedere, non sa guardare dentro quegli occhi.
    Adesso è il suo difensore a parlare, è stato pagato per fare il suo lavoro, ma neanche lui sa guardare. Nessuno ci riesce. Forse è la paura di scoprire in quel volto una verità che appartiene a tutti. Un potenziale io che esiste in ognuno di noi. Perché l’essenza di un uomo non può sopportare a lungo il disprezzo.
    Il suo avvocato ha finito e l’aula piomba nel silenzio… l’attesa e l’impazienza diventano dense, l’aria è rarefatta e pesante e l’uomo si sente soffocare. Il giudice guarda l’imputato è pronto ad emettere la sentenza. Gli occhi sono severi, immobili, ma non sono più di ghiaccio, per un solo istante hanno oltrepassato il velo, hanno intuito, forse hanno visto. Ma dura solo un attimo.
    «Colpevole!», dice il giudice, e l’uomo inizia a tremare, ha paura della morte, ma sa che finalmente tutto è finito. Dopo quaranta anni tutto è finito.
    Rimane da fare solo un’ultima cosa: vuole per sé il suo riscatto, altrimenti nulla avrebbe avuto senso. Il giudice acconsente a quella richiesta e un attimo dopo lo sgomento esploderà in tutta la sala.
    La salsiccia nel piatto infatti è sparita; l’ultimo resto di quella donna sprezzante non c’è più, e l’uomo non può avere il suo riscatto. Una sola domanda si legge negli occhi di tutti, ma la risposta non c’è.
    La giustizia è bendata e non riesce a vedere.

    Carla Policardi

  13. anonimo 26 ottobre 2006 a 21:57 #

    Trasformazione 3:

    Un uomo uccise la sua compagna, rendendo le sue misere spoglie insaccati. La notizia si spanse per tutto il circondario, e l’uomo fu imprigionato. Venne rinvenuta un ultimo resto della povera donna. La gente – in preda allo sgomento – si indignò. Il giudice supremo, in una luminosa e sovraffollata aula di tribunale, si occupa del caso. Sulla destra dell’aula siede il pubblico accusatore, che ha la testa spoglia di capelli e arrossata. A sinistra si trova il difensore, ornato da un paio di occhiali finti. L’uomo siede contrito tra due poliziotti, ha mani enormi, dai bordi delle dita blu. Il giudice supremo si staglia nell’aula, la toga nera è in contrasto col candore della sua barba, uno sguardo serio, incorniciato da fitte sopracciglia. Ha l’espressione umana del vecchio padre di Ulisse. La prova del delitto – adagiata su un piatto – rosseggia davanti a lui. Sopra di lui, l’immagine in pietra della giustizia, bendati gli occhi, una spada nella mano destra, una bilancia nella sinistra. Il giudice impone il silenzio col semplice gesto del braccio. Il tempo schiaccia l’aula sotto al suo gravoso peso. L’accusatore si alza, pronto a infierire contro l’uomo che in silenzio attende di conoscere la sua sorte. Non ha pietà. Il ventre rigonfio, le labbra, la lingua sono un unico ingranaggio volto solo a ottenere la condanna. L’accusato incassa i ripetuti colpi, sotto lo sguardo sprezzante di un giudice non sempre severo nel giudicare sé stesso come nel giudicare il prossimo. L’accusato è un derelitto, si prostra al suolo, il volto atteggiato a maschera di dolore. Il corpo del reato è bene in vista davanti al giudice, voluttuosamente risplende in tutto il suo turgore, sano come la donna doveva essere stata in vita. È un piccolo brillante capolavoro dell’arte dei salumi. È estremamente invitante. Il giudice non risparmia l’accusato dai suoi severi sguardi. Il pubblico accusatore – dopo aver infierito sul pover’uomo – non ha più nulla da dire, ora tocca alla difesa sguainare le armi e controbattere concitatamente. Infine, anche il difensore tace.
    Le sue parole non hanno potuto alleviare la pena dell’uomo. A nulla è valso citare la perizia psichiatrica che assicura la semi infermità mentale del disgraziato. A nulla è valso ricordare che la donna condannava tutti i giorni il marito ad un calvario di lavori domestici, conti da pagare, passeggiate in centro a fare compere. Tutti ordini da eseguire senza fiatare, in un clima familiare da guerra fredda. Il giudice supremo non sente ragioni e spara la sentenza, mirando dritto al cuore del condannato. La tenera carne ha la consistenza del burro appena fatto, la dolcezza della panna di latte. La pelle è meno malleabile, svolge alla perfezione il suo ruolo di corazza protettiva.
    Il mondo rimane attonito: le pareti rintronano. Il soffitto, le porte, le finestre e le mura vacillano su loro stesse. La città sembra scolorire, le acque prosciugarsi, i boschi morire d’un tratto: al risuonare della sentenza la terra si scuote, il sole declina, il cielo sprofonda in una voragine. Tutto è perduto, fuorché la morte. Il coltellino viene riposto sul tavolo, le mani vengono nettate sulla toga. Il silenzio è greve, e risuona nell’aula, opprimendo i petti benpensanti.
    La condanna inchioda l’imputato alla sedia. Formalmente, gli viene concesso di esprimere un ultimo desiderio. La richiesta gli nasce dal cuore, viene formulata dalle sue labbra senza quasi volerlo. In un ultimo atto di comunione matrimoniale, vorrebbe mangiare i resti della moglie, per tenere sempre dentro di sé la sua colpa. Il pubblico inorridisce, ma il giudice, caritatevolmente, acconsente. L’imputato è però condannato ad un ultimo malvagio scherzo del destino, o forse dell’uomo. La carne a lui tanto cara non è più nel piatto. Il giudice – in silenzio – guarda nel piatto, forse per evitare gli sguardi indirizzati a lui di tutti i presenti. Gli occhi enormi del condannato esprimono una domanda, la domanda che tutti, in quel momento, si pongono silenziosamente. Una domanda atroce, che sprofonda – con la sua pesantezza – l’aula di tribunale e tutto il mondo.
    Flavia Macchia

  14. anonimo 26 ottobre 2006 a 23:32 #

    Nicolò Cavallaro

    1

    Nicosia era una ridente cittadina. Contava sì e no tremila anime. Il ritmo della sua giornata, perfettamente scandito dal sorgere e dal tramontare del sole. Il sabato sera, gli abitanti di Nicosia si salutavano l’un l’altro lungo il corso. Quando si venne a sapere di Colantoni, Nicosia cessò di ridere.

    Pietro Colantoni era stimato e benvoluto. Era poco più che un ragazzino quando suo padre decise di ammalarsi, per sempre. Quel ragazzino pianse, intensamente, per cinque minuti. Al sesto, era già al lavoro dentro la bottega, perché in casa non doveva mancare nulla. Neanche il capofamiglia.
    Quando si venne a sapere di Colantoni, Nicosia tacque, sconvolta.
    A Pietro Colantoni mancavano due falangi, due falangi della mano destra: è il minimo che si possa pagare avendo a che fare per trent’anni con sgozzamenti, castrazioni, affettatrici, e coltellacci. Un pezzo di mignolo gli era saltato via nella più stupida e tipica delle circostanze da macellaio:
    – Va bene così spesso l’arrosto, signora Berta?
    – Perfetto.
    – Zac.
    L’indice monco, invece, era stato il disperato tentativo di ribellione di un maiale all’inevitabile e dolorosa perdita della sua virilità.
    – Beh, almeno è certo che non metterò mai le corna a mia moglie –, scherzava Colantoni con i clienti.
    Pietro Colantoni aveva avuto una sola donna nella sua vita, una soltanto: sua moglie. Non ebbero mai dei figli, non potevano averne. Eppure questo non guastò il loro matrimonio, che rimase vivo, sereno, pacifico e rassicurante. Per venticinque anni. Venticinque anni in cui Pietro, ogni giorno, uccideva le bestie che aveva allevato, le sventrava, le affettava, le guarniva se era il caso, e le porgeva ai clienti senza mai perdere la capacità del buongiorno, del sorriso, e della battuta. E questo perché, alla sera, sapeva che avrebbe trovato lei.

    2

    Quando si venne a saper di Colantoni, a Nicosia, gli stati d’animo si rincorsero e si scalzarono.
    Alle prime voci, che parlavano della morte della signora Colantoni, si unirono il lutto e la compassione per il buon macellaio del paese, ormai vedovo e solo; poi fu noto che la vita della donna non era soltanto giunta al termine, ma era stata recisa, e al lutto si aggiunsero sbigottimento e angoscia; infine, la notizia che, ad uccidere la signora Colantoni, era stato il signor Colantoni, paralizzò la cittadinanza.
    A Nicosia non ci più Nord; non ci fu più ragione o verità; scomparve il terreno sotto le suole. Affiorò il dubbio; crebbe l’inganno e la sfiducia; gli sguardi divennero obliqui e diffidenti; i saluti del sabato, sul corso, pure falsità.
    Colantoni: quel brav’uomo della macelleria.
    No.
    Colantoni: il mostro uxoricida.
    E gli incubi del paese erano destinati a crescere di lì a poco.
    Della signora Colantoni non venne rinvenuto alcun corpo. Il pensiero degli abitanti di Nicosia fu uno ed uno soltanto. Ovvio e orrendamente macabro. Da quel giorno, a Nicosia, nessuno ebbe più il coraggio di accostare i termini “Colantoni” e “macellaio”.

    3

    Fu lo stesso Pietro Colantoni a confessare. Non scappò, non si nascose, non motivò. Quando gli chiesero notizie sul corpo della moglie, Pietro, con un filo di voce, fredda, non fece che confermare le voci che urlavano nelle menti di tutta Nicosia.
    Ci fu un breve processo. L’avvocato d’ufficio tentò di percorrere la strada della temporanea infermità mentale. Ma Pietro mostrò una lucidità ostinata e rassegnata, con la quale, alla fine, non fece che sollevare l’odio più profondo anche di chi, ancora incredulo, sperava di trovare in lui una traccia di pentimento.
    Non era infermo. Non era pentito. Solo, amava disperatamente la moglie. Ma quest’ultimo era un dettaglio che Colantoni, il macellaio, ebbe la cura di serbare con sé, per sempre, fino alla fine dei suoi giorni in carcere.
    Pochi giorni, in effetti. Perché Pietro si rifiutò di mangiare. E di bere. Si rifiutò di esistere. E si lasciò morire.
    Col tempo, Nicosia si lasciò alle spalle questa brutta storia; riprese le sue attività, perfettamente scandite dal sorgere e dal tramontare del sole; ricominciò a passeggiare serena sul corso; ricominciò a sorridere, col tempo.
    Ciò che Nicosia non seppe mai era che il corpo della signora Colantoni riposava in un giardino, in collina. Senza lapidi, ma soltanto alberi. E che da quel corpo, prima che Pietro, distrutto, lo consegnasse all’eternità del suolo, erano stati portati via i polmoni.

  15. anonimo 27 ottobre 2006 a 14:02 #

    TRASFORMAZIONE 3 (BARICCO – STYLE)

    Ebbene sì, l’aveva uccisa. La voce si sparse in paese. Dio, se si sparse. Una vita da recluso. Anni di lento, metodico precipitare nel buio cancellati da un gesto. Tutti sapevano. Tutti aspettavano. Lei, paralizzata, lui, Evandro, ad assisterla. Lei, Giulia, padrona della terra e della casa, lui, figlio del contadino di suo padre. Un grande, improvviso amore. Spezzato da un cavallo, che aveva spezzato lei. E spezzato le loro vite. Da allora, un vuoto che cresceva. Un vuoto pieno, percorso dal vento dei ricordi.
    Un vuoto che lei, ferocemente allargava. Il sorriso spavaldo, il guizzo a rassettare i capelli, la remota tenerezza dello sguardo. Amo solo te, che c’importa del resto? Lei, da sempre, conosceva i libri. E la musica. Lui la guardava, ed era perso.
    Amici, sempre di meno, sempre più lontani da quel cerchio invisibile. Una donna paralizzata ed elegante. Una vita, la loro, che si avvitava, irresistibilmente. “Amore mio, ti devo tutto” lui a lei, lei a lui. Quarantuno anni lui, e il buio cresceva a dismisura.
    L’ha uccisa. Voleva divorarla. Ora Giulia è lì, impaccata, rosea e morbida al tatto. Il tribunale è gremito. Dio, se sono arrivati. Il figlio della Nora e la moglie del notaio, il bidello della scuola e l’operaio dell’acciaieria. Il preside e la sarta. Tutti a testimoniare. Un grande amore che tutti sapevano.
    L’accusatore lo ha visto crescere. Lui, Evandro, era amico del fratellino. Correvano, da ragazzi, al passaggio dei ciclisti. Lasciavano i campi e correvano, correvano.”Lo faremo anche noi, da grandi”.
    Ora Evandro è lì, e l’altro deve arringare. Dio, come pesano le accuse.
    E guarda il difensore. Evandro, lui non lo conosceva. Lui ha una moglie che lo ama. Una moglie bella, come era bella la moglie di Evandro. Lui ha una vita serena, una casa pulita e decorosa, risate e tintinnii di cristalli a tavola. Lui deve scavare per capire come un uomo possa…sono giorni che cerca di capire.
    Evandro è lì, seduto, serrato fra due marcantoni in piedi. Il giudice in alto sovrasta la scena.
    La moglie è nel piatto, morbida. Chissà dov’è ora. Se la ride, su una sedia a rotelle lanciata in alto, nell’arcobaleno. Solo la giustizia, di pietra, conta indifferente il tempo vuoto. Lei del vuoto che tanto spaventa gli uomini, ha una conoscenza eterna e profonda.
    Attorno a quel vuoto, Evandro ha barcollato, spesso, con la sua Giulia. E alla fine l’ha spinta a raggiungerlo. A diventare come quella statua, con la bilancia e la spada. Eterna, nella memoria. Composta, senza più dolore.
    L’accusa si alza. Come vengono fuori bene le parole, lucide, perfette, senza scosse. E come è scosso, dentro, mentre le pronuncia. Un professionista preciso, consumato. Stringente nella concatenazione, acuto nei giudizi, lucido nelle conseguenze. La voce che preme, ed erompe dai polmoni. Evandro che trema, le mani contorte in un invisibile spasimo. Il giudice che lo guarda, e non sai se a incrinarlo è la pietà o il disprezzo.
    Giulia che riposa, legata ad uno spago, tenera e gonfia, fresca. Il giudice guarda, in basso, verso lo scrivano. Lo scrivano sembra tremare, come e più di Evandro. Labbra strette, contratte, occhi piccoli e lucidi. Giulia spande il suo odore, morbida all’interno, dura all’incisione, ruvida la pelle. L’unghia dello scrivano. L’unghia che incide Giulia, che la accarezza, soffice.
    L’accusa ha finito. Evandro riemerge, il profumo di Giulia che gli danza davanti. La difesa balza in piedi, un riflesso condizionato.
    Giulia esplode, piano, fra i polpastrelli e il coltellino che la profanano. Tutto, di lei, sta diventando memoria. Da carne a memoria, nell’invisibile. La difesa tace. Il giudice parla. Grande teatro.
    Parla, il giudice. E la sequenza è implacabile, la geometria di un rondò o le movenze di un cerimoniale. Parla, e insegue l’armonia dei codici, la musica delle norme, il concerto degli articoli. E più a fondo, la compassione per Evandro. Tutto è musica, la legge è armonia, corrispondenza intrinseca. Ma qualcosa, al fondo intralcia. Un sasso di traverso, la ruota difettosa. La verità di un uomo.
    Giulia sta franando, come il burro. L’invisibile si compie. Solo la pelle tenta di resistere.
    Tutto è squassato. Tutto precipita, sull’orlo del dissolvimento, nell’entropia evocata dai codicilli e dalle norme. Il preside e la sarta, l’operaio e il garzone, tutti, tutti trattengono il fiato.
    Evandro è condannato. Nessuno, nel silenzio che segue, afferra il tintinnio della lama, le dita appiccicose strofinate sulla toga, le molliche di Giulia raspate via, come dalla zampa di un animale furtivo e vergognoso.
    “Ha facoltà di un’ultima richiesta”. Evandro pensa solo: “Voglio averla con me. Dentro di me. Per sempre. Oh Giulia…”. La domanda sale, s’invischia, si gonfia, invade tutto. “Vorrei mangiarla”.
    Strilla la sarta, strillano le vedove, ammutolisce l’operaio, e si fa un segno di croce, lui socialista.
    Ma il giudice è un gran maestro d’orchestra. Il rondò è al culmine. Se avesse il bastone lo batterebbe in terra, come i cerimonieri incipriati del ‘700. Muove il braccio in ampio gesto, lo fa planare in direzione di Evandro. “Vi è concesso”.
    Ma Giulia è sparita. Divorata. Duecento paia di occhi fissano cerimonia e cerimoniere.
    Evandro, gli occhi spalancati, capisce che non la rivedrà mai, che lei è un’altra cosa. Non più fusa né assimilata, memoria che si disfa, bagliore allucinato. Il buio, dentro e fuori di lui, si allarga dal pavimento alle pareti, dalla folla al soffitto. “Forse è tutto un sogno” si ripete Evandro “terrò duro. Fino al risveglio”.

  16. anonimo 27 ottobre 2006 a 14:04 #

    ALESSANDRO MAZZA – ESERCITAZIONE 6 – LA SALSICCIA

    TRASFORMAZIONE 3 (BARICCO – STYLE)

    Ebbene sì, l’aveva uccisa. La voce si sparse in paese. Dio, se si sparse. Una vita da recluso. Anni di lento, metodico precipitare nel buio cancellati da un gesto. Tutti sapevano. Tutti aspettavano. Lei, paralizzata, lui, Evandro, ad assisterla. Lei, Giulia, padrona della terra e della casa, lui, figlio del contadino di suo padre. Un grande, improvviso amore. Spezzato da un cavallo, che aveva spezzato lei. E spezzato le loro vite. Da allora, un vuoto che cresceva. Un vuoto pieno, percorso dal vento dei ricordi.
    Un vuoto che lei, ferocemente allargava. Il sorriso spavaldo, il guizzo a rassettare i capelli, la remota tenerezza dello sguardo. Amo solo te, che c’importa del resto? Lei, da sempre, conosceva i libri. E la musica. Lui la guardava, ed era perso.
    Amici, sempre di meno, sempre più lontani da quel cerchio invisibile. Una donna paralizzata ed elegante. Una vita, la loro, che si avvitava, irresistibilmente. “Amore mio, ti devo tutto” lui a lei, lei a lui. Quarantuno anni lui, e il buio cresceva a dismisura.
    L’ha uccisa. Voleva divorarla. Ora Giulia è lì, impaccata, rosea e morbida al tatto. Il tribunale è gremito. Dio, se sono arrivati. Il figlio della Nora e la moglie del notaio, il bidello della scuola e l’operaio dell’acciaieria. Il preside e la sarta. Tutti a testimoniare. Un grande amore che tutti sapevano.
    L’accusatore lo ha visto crescere. Lui, Evandro, era amico del fratellino. Correvano, da ragazzi, al passaggio dei ciclisti. Lasciavano i campi e correvano, correvano.”Lo faremo anche noi, da grandi”.
    Ora Evandro è lì, e l’altro deve arringare. Dio, come pesano le accuse.
    E guarda il difensore. Evandro, lui non lo conosceva. Lui ha una moglie che lo ama. Una moglie bella, come era bella la moglie di Evandro. Lui ha una vita serena, una casa pulita e decorosa, risate e tintinnii di cristalli a tavola. Lui deve scavare per capire come un uomo possa…sono giorni che cerca di capire.
    Evandro è lì, seduto, serrato fra due marcantoni in piedi. Il giudice in alto sovrasta la scena.
    La moglie è nel piatto, morbida. Chissà dov’è ora. Se la ride, su una sedia a rotelle lanciata in alto, nell’arcobaleno. Solo la giustizia, di pietra, conta indifferente il tempo vuoto. Lei del vuoto che tanto spaventa gli uomini, ha una conoscenza eterna e profonda.
    Attorno a quel vuoto, Evandro ha barcollato, spesso, con la sua Giulia. E alla fine l’ha spinta a raggiungerlo. A diventare come quella statua, con la bilancia e la spada. Eterna, nella memoria. Composta, senza più dolore.
    L’accusa si alza. Come vengono fuori bene le parole, lucide, perfette, senza scosse. E come è scosso, dentro, mentre le pronuncia. Un professionista preciso, consumato. Stringente nella concatenazione, acuto nei giudizi, lucido nelle conseguenze. La voce che preme, ed erompe dai polmoni. Evandro che trema, le mani contorte in un invisibile spasimo. Il giudice che lo guarda, e non sai se a incrinarlo è la pietà o il disprezzo.
    Giulia che riposa, legata ad uno spago, tenera e gonfia, fresca. Il giudice guarda, in basso, verso lo scrivano. Lo scrivano sembra tremare, come e più di Evandro. Labbra strette, contratte, occhi piccoli e lucidi. Giulia spande il suo odore, morbida all’interno, dura all’incisione, ruvida la pelle. L’unghia dello scrivano. L’unghia che incide Giulia, che la accarezza, soffice.
    L’accusa ha finito. Evandro riemerge, il profumo di Giulia che gli danza davanti. La difesa balza in piedi, un riflesso condizionato.
    Giulia esplode, piano, fra i polpastrelli e il coltellino che la profanano. Tutto, di lei, sta diventando memoria. Da carne a memoria, nell’invisibile. La difesa tace. Il giudice parla. Grande teatro.
    Parla, il giudice. E la sequenza è implacabile, la geometria di un rondò o le movenze di un cerimoniale. Parla, e insegue l’armonia dei codici, la musica delle norme, il concerto degli articoli. E più a fondo, la compassione per Evandro. Tutto è musica, la legge è armonia, corrispondenza intrinseca. Ma qualcosa, al fondo intralcia. Un sasso di traverso, la ruota difettosa. La verità di un uomo.
    Giulia sta franando, come il burro. L’invisibile si compie. Solo la pelle tenta di resistere.
    Tutto è squassato. Tutto precipita, sull’orlo del dissolvimento, nell’entropia evocata dai codicilli e dalle norme. Il preside e la sarta, l’operaio e il garzone, tutti, tutti trattengono il fiato.
    Evandro è condannato. Nessuno, nel silenzio che segue, afferra il tintinnio della lama, le dita appiccicose strofinate sulla toga, le molliche di Giulia raspate via, come dalla zampa di un animale furtivo e vergognoso.
    “Ha facoltà di un’ultima richiesta”. Evandro pensa solo: “Voglio averla con me. Dentro di me. Per sempre. Oh Giulia…”. La domanda sale, s’invischia, si gonfia, invade tutto. “Vorrei mangiarla”.
    Strilla la sarta, strillano le vedove, ammutolisce l’operaio, e si fa un segno di croce, lui socialista.
    Ma il giudice è un gran maestro d’orchestra. Il rondò è al culmine. Se avesse il bastone lo batterebbe in terra, come i cerimonieri incipriati del ‘700. Muove il braccio in ampio gesto, lo fa planare in direzione di Evandro. “Vi è concesso”.
    Ma Giulia è sparita. Divorata. Duecento paia di occhi fissano cerimonia e cerimoniere.
    Evandro, gli occhi spalancati, capisce che non la rivedrà mai, che lei è un’altra cosa. Non più fusa né assimilata, memoria che si disfa, bagliore allucinato. Il buio, dentro e fuori di lui, si allarga dal pavimento alle pareti, dalla folla al soffitto. “Forse è tutto un sogno” si ripete Evandro “terrò duro. Fino al risveglio”.

  17. anonimo 28 ottobre 2006 a 00:19 #

    Ha addosso odore di carne cruda.
    L’avvocato del tale che avevano arrestato per uxoricidio fece a sé stesso questa considerazione, con tono sconcertato. Non solo l’aveva uccisa, ma gli si contestava anche di averla fatta a pezzi e averla tramutata in salsicce. Il legale si sforzava di credere all’innocenza che proferiva il suo assistito, ma non gli sembrava logico che una persona che lavorasse nel ramo assicurazioni avesse quell’odore, sembrava piuttosto il garzone di un macellaio.
    – Impossibile, è una brava persona, ha la faccia del marito perfetto e poi i vicini di casa non li hanno mai sentiti litigare. È decisamente innocente.
    L’avvocato rimuginava dentro di sé mille pensieri: perché aveva accettato quell’incarico. Sospettava, ma non poteva essere sicuro. Era attanagliato dal dubbio. Quella storia così cruenta gli aveva tolto la sua già sparuta sicurezza, tanto che non si fidava nemmeno delle idee che gli passavano per la testa. Forse l’odore che sentiva era solo il frutto dell’incubo della notte appena trascorsa: in sogno gli era apparso il presunto colpevole con un camice bianco a chiazze rosse, aveva le unghie sporche di sangue, spargeva segatura sul pavimento per assorbire i resti macabri della macellazione muliebre. Nell’aria ristagnava un fetore che faceva rabbrividire.
    – Avvocato Merril, disse l’imputato con un filo di voce.
    William Merril esitò, sfregandosi nervosamente le mani. Sebbene nell’aria ci fosse odore di carne e l’ultima salsiccia fosse presente in aula come prova, la voce del suo assistito non sembrava quella di un folle ma pareva appartenere a un uomo calmo ed educato.
    – Signor Grey, abbiamo solo pochi minuti prima che la Corte si riunisca. Credo che sarebbe meglio se mi dicesse tutta la verità.
    Grey indossava una giacca blu e un paio di pantaloni grigi, scarpe nere. Aveva buone maniere e un tono di voce garbato. Aveva però gli occhi gonfi del bevitore. Poteva averla uccisa durante un momento di follia dovuto all’alcool. Ma Grey non aveva voluto basare la sua difesa sull’incapacità di intendere e di volere al momento del delitto.
    – Non l’ho uccisa io, disse Grey con le lacrime agli occhi. – Mi credete, vero?
    Merril socchiuse le palpebre: perché non riusciva a credergli. Se fosse stato condannato non se lo sarebbe mai perdonato.
    – Dunque, fece l’avvocato con voce esitante. – Sentite, Signor Grey, il mio lavoro consiste nel difendervi. Un pieno proscioglimento sarebbe il risultato ideale sia per me che per voi. Ma le imputazioni a vostro carico sono pesanti. Comunque ci proveremo.
    – Siete la mia unica speranza, Dottor Miller.
    Quando entrò il giudice il pubblico smise spontaneamente di rumoreggiare e il procedimento ebbe inizio.
    Miller aveva incentrato la difesa sull’episodio che gli aveva raccontato l’imputato. La notte in cui sua moglie scomparve, Grey aveva avuto una colluttazione con un estraneo che si era introdotto nella loro abitazione. L’intruso l’aveva colpito alla testa e lui per difendersi l’aveva graffiato, poi aveva perso i sensi. Tuttavia sotto le unghie di Grey non era stato rinvenuto alcun residuo di pelle. Pur intontito dalle percosse non aveva mai dubitato di aver assistito all’assassinio di sua moglie: nelle tenebre aveva intravisto la mannaia. Il mattino seguente si era risvegliato dolorante sul tappeto di casa ed era accorso a chiamare la polizia. Lo avevano preso per pazzo e lo avevano tradotto in carcere.
    – Qualsiasi decisione prenderete il mio assistito vuole far sapere quanto amasse sua moglie e quanto grande sia il rimorso per non averla saputa difendere da un maniaco omicida, concluse Merril.
    Chissà, forse la giuria avrebbe creduto a quell’uomo dall’aspetto mite, rassicurante, che evocava il ritratto della famiglia del mulino bianco.
    La Corte e la giuria rientrarono. Avevano raggiunto l’unanimità del verdetto. Aleggiava il tremolio della speranza. – Colpevole!
    Grey si accasciò sulla sedia, la testa fra le mani a nascondere gli zigomi rigati dalle lacrime. Rimase composto anche quando gli agenti gli misero le manette e lo portarono fuori.
    Solo allora William Miller capì che John Grey era innocente e che forse in sede d’appello avrebbe potuto ridargli la libertà… ma non sua moglie.

    Cosetta Vallerini

  18. MoroDragonetti 30 ottobre 2006 a 10:50 #

    Moreno Dragonetti

    La notizia nonostante il tentativo di tenerla nascosta era trapelata. Il signor Doretta, stimato professionista e padre di due bei gemelli aveva ucciso sua moglie. Non solo, l’aveva ridotta a brandelli facendone salsicce. Nessuno poteva crederci. I due si amavano, erano felici, perché un tale efferato delitto? Così si era giunti al processo. Una bella mattina di primavera, l’aula invasa di luce del sole, poche le persone presenti. L’imputato venne portato in aula da due carabinieri. I pochi presenti lo insultavano gridavano, avrebbero voluto ucciderlo. Ma lui non era presente. Lui, Marco Doretta era morto quella sera quando era tornato a casa e aveva visto lei, Sara nel loro letto con un altro uomo, i loro piccoli tesori di soli otto mesi tranquilli nella stanza di fianco. La scena lo aveva lasciato stranamente impassibile. Guardava sua moglie, la sua bellissima Sara completamente abbandonata al piacere che un altro uomo le stava dando. La vedeva, l’espressione gaudente e soddisfatta, ignara del fatto che lui quel giorno aveva preso tre ore di permesso per tornare a casa e godersi la sua famiglia. Poi improvvisamente il mondo era svanito in un nero onirico. Quando aveva ripreso coscienza nella camera da letto c’era lui, una mannaia in mano, il cadavere dell’uomo ed una massa sanguinolenta di carne. La sua Sara. Lui l’aveva sempre amata, l’amava anche adesso, l’aveva ridotta così per amore… Fu strappato ai suoi pensieri dal grido del giudice, violento che lo accusava. Non voleva neanche ascoltare la difesa, aveva già deciso, tutti lo avevano già condannato. Maniaco assassino. Gli avevano portato via i suoi due bellissimi angeli Francesca e Michele, lui non era un buon padre gli avevano detto. Eppure avrebbe dato la vita per quei due bellissimi bambini. Erano tutto per lui…Improvvisamente alzò lo sguardo sul bancone del giudice e li c’era ciò che restava della sua bellissima Sara. La condanna arrivò come era normale che fosse, come tutti si aspettavano che fosse. Ma nessuno aveva ascoltato lui, le sue ragioni il suo amore, il suo dolore. Poi la possibilità di un ultimo desiderio. E il suo sguardo torna su Sara, il suo amore. Chiede di farla sua per sempre, di portarla con se, di mangiarla. E il giudice, forse cogliendo l’amore nei suoi occhi, acconsente.

  19. anonimo 1 novembre 2006 a 17:01 #

    Un uomo uccise la moglie, cercando di mutarne l’aspetto e di appropriarsi anche della sua forma, plasmò le sue carni con cura affinché potesse divenire parte di sé.
    Si cibò di lei, di ciò che rimaneva del suo corpo, facendo bene attenzione a non divorarlo, ma gustando ogni boccone con parsimonia e ritualità.
    L’uomo fu arrestato prima di poter finire la sua cerimonia e fu portato in tribunale. Luogo buoi, stretto e soffocante, dove le persone vicine, silenziose e stupefatte guardavano l’uomo che senza un trasalimento, gelido e senza espressione fissava il giudice supremo. Anche lui sembrava soggiogato dall’impenetrabilità dell’uomo; piccolo e senza difese nell’oscurità dell’aula, il giudice ascoltava l’imputato senza poter controbattere ai suoi astuti giochi e al fascino dell’uomo che consapevolmente e totalmente era sé stesso. Il monologo dell’uomo proseguiva e inondava la sala, mentre il giudice rimpiccioliva nella sua mentalità strettamente borghese, rimanendo completamente inerte a tali disquisizioni. Tenta di rispondergli, ma le sue parole non sono così veloci e decise; l’uomo scoprendo il bene e il male di sé, riesce a trasformarsi da perverso omicida a rappresentante dell’intera unamità.
    Ammette la propria voglia di possedere totalmente quel corpo, che lo nutriva in vita e lo nutre ora da morte, con desiderio differente, ma non meno intenso.
    L’uomo, ormai, è divenuto attraverso la sua piena consapevolezza di ciò che è, il Dio di sé stesso e per gli uomini che lo guardano e che lo spiano, rappresenta solo ciò che nel proprio intimo ammirano, ma che fuggono spaventati.
    L’uomo si alza, nel silenzio dell’aula, nella penombra prende la carne, ancora calda, l’ultimo lembo che rimane della moglie, e lo porta con sé. Assaporandone già il sapore.

    Tucci Annarita

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