15 Nov

Esercizio C: Onirico. Linguaggio dilatato. Massimo 210 parole;

17 Risposte to “”

  1. anonimo 17 novembre 2003 a 01:35 #

    Fare l’amore in un rifugio antiaereo, con una prostituta. Nell’opaca Edimburgo, per un soffio di scellini. Alla luce del fiammifero non vedi, scruti i tratti e ricostruisci: una pena più profonda dà al tutto un’aria malata. Non avevano contorni le cosce molli e la carne pendula, la sottana era un velo e non aveva fondo la caverna oscura che le si apriva tra le gambe. La luce fioca era quella dei sogni mattutini: io ero appeso a lei come una tela di ragno, quasi sospeso.
    La pena del dormiveglia continuava e l’immagine di mia madre che mi strofinava il volto con un candido fazzoletto accompagnava l’affannarsi di lei sul mio membro, che sembrava ridestarsi e desiderare. Quanto distanti erano quei due gesti di forza femminile. Per la fretta agitava le sue mani umide di saliva, come un frenetico grattarsi il capo.
    Mi risvegliavo, e sentivo il freddo, il vento sulle cosce. Alle orecchie giungeva il battere lieve della pioggia fina, quasi nebbia, e il taglio delle gomme sull’asfalto bagnato.
    Il fiammifero si spense. Al buio non vedi, ricordi. Se è la prima volta inventi: riuscii a sentirla come donna morbida, fresca e il mio ventre aveva piacere. Affondai come in sonno.

  2. sand 17 novembre 2003 a 10:07 #

    Era freddo e buio, non si vedeva niente alla luce del mio fiammifero, tutto era sfocato e sapevo solo che quella per me sarebbe stata la prima volta. Al buio, in un rifugio anti -aereo, era freddo e mi spogliai, sentivo il vento gelido sfiorarmi sulle gambe, era tutto così strano. Non vedevo bene lei, quella prostituta di cui sentivo solo il calore, e la puzza, come di sfilacciata carne andata a male, mi spinsi dentro, e in un attimo fu come se stessi dormendo in un letto bagnato. Chiusi gli occhi. Sfregava forte il suo ventre contro il mio, ma il dolore sembrava lontano. Lontanissimo. Venni e sembrò tutto finito nell’attimo in cui s’era spento il mio fiammifero alla luce della quale avevo visto il suo sesso così penoso. Sembrava come un ragno che si portasse dentro la sua ragnatela. Riaprii gli occhi e andai via, alzandomi dai gradini freddi e da quel morbido posto così umido, così malsano.
    (lucio)

  3. anonimo 25 novembre 2003 a 12:21 #

    Più che un sogno, è un incubo ricorrente Mi trovo a Princes Street, Edimburgo. Piove e ho freddo. Sento rumore di macchine sull’asfalto, ma non le vedo. Fa buio, così accendo un fiammifero. Improvvisamente me la trovo davanti, sdraiata per terra. Penso che c’è qualcosa che non va, non dovrebbe essere lì, così esposta, davanti a tutti. Mi giro intorno e non vedo nessuno. Non sono più sulla strada, sono in un rifugio antiaereo. Lei mi tende la mano, le porgo dei soldi. Mi abbassa la cerniera e inizia a massaggiarmelo. Penso che dovrei provar piacere, invece sento solo fastidio. La guardo e mi dico che no, non voglio che sia così. Non voglio ricordare l’odore di miseria che emana, la sensazione di essere avvinghiato ad un mucchio di gelatina informe e insapore, le carni flaccide e pallide. Le sue mani tentacolari e ruvide riescono finalmente ad ottenere l’effetto voluto. Contro la mia stessa volontà. Sento sempre più freddo, sono sempre più a disagio. Quando penetro dentro di lei, è molle e umido, come affondare nel fango.
    Per tutto il sogno, non ci scambiamo neanche una parola.
    (A.)

  4. anonimo 28 novembre 2003 a 22:58 #

    Mi trovo in un luogo oscuro, la luce di una fiamma tremola sulle pareti. So che quello è un rifugio antiaereo… C’è una donna, sciatta, non la conosco, ma ho voglia di fare l’amore, devo sapere com’è, non voglio più aspettare. So anche che la devo pagare… Lei si solleva la sottana sino all’ombelico, vedo le sue cosce storte, le natiche poggiate sui gradini sembrano colare giù… sto andando con una prostituta, dio, sento una tensione forte, giù, è questa consapevolezza, che mi sta facendo eccitare, Voglio venire, voglio guardare… Lei si lecca le mani e me lo prende, me lo impugna, va su e giù, forte. Me lo sento bagnato della sua saliva… No, è mia madre, è lei che mi sfrega sulla faccia il fazzoletto bagnato di saliva… Guardo il mio pene, rosa, ingrossarsi, la tensione al basso ventre diventa un pulsare… Lei dice di far presto. Sì, presto, io voglio venire, mi appendo al suo sedere, anche se è molle voglio venire… Sento i rumori della pioggia e delle auto sopra di noi, ma li copro, smettono, li metto a tacere, li copro come copro il suo ventre freddo e umido con il mio…(mariangela margiotta)

  5. anonimo 2 dicembre 2003 a 00:10 #

    C) Ricordo vagamente la prima volta che ho fatto l’amore, credo fosse con una donna di strada. Doveva essere Edimburgo. Durò solo pochi minuti e fu in una sorta di sotterraneo. Anche nei momenti di fervida immaginazione raramente ho pensato esistesse una donna di simili fattezze, brutte le gambe anche se le intravedevo alla fioca luce del fiammifero, pallido mi parve il sedere, floscio e il suo sesso, era quasi completamente nuda, ebbi l’impressione che fosse di straordinarie dimensioni fra le gambe aperte. Stavo squallidamente appeso non saprei dire a quale parte esatta del suo corpo, doveva essere il pube. Quando cominciò a toccarmi con le mani bagnate di saliva, lo fece con una violenza tale che mi parve di essere ritornato bambino e, allora, pensai a mia madre che mi puliva il viso con un fazzoletto esattamente così quando andavamo a trovare qualcuno; come grattarsi con violenza la testa. Reagii, il mio membro ora spalancava le sue fauci, mi chiese di sbrigarmi. Rumori provenivano da fuori, forse lo stridore delle ruote sull’asfalto bagnato, pioveva. Avevo quasi freddo, ad un tratto il fiammifero si spense e restammo al buio: quando le fui sopra provai una sensazione di morbido e umido sotto il mio ventre. (deborah pirrera)

  6. anonimo 3 dicembre 2003 a 10:33 #

    Mi pareva che tutto intorno fosse buio e fosco mentre una pioggia fitta e continua ticchettava sul tetto di quello che poteva essere un vecchio rifugio antiaereo. Doveva essere Edimburgo o un’altra città del nord che ora non ricordo, sentivo però netto un rumore strisciante, come il suono stridente delle gomme bagnate, mentre le macchine sfrecciano sull’asfalto viscido. Quella donna era lì – non dovevo avergli dato più di qualche scellino – distesa su dei gradini. Della sua espressione ho solo una debole memoria, mentre il sue pube scoperto e le sue gambe schiuse mi aprivano gli occhi su un mondo per me fino allora sconosciuto. Lì doveva esserci la sua natura più profonda nascosta e mal celata. Una luce fioca, tenue, come il riflesso di una candela, proiettava sul muro le ombre dei due corpi, nudi e uniti. Poi più niente. Ricordo solo il calore delle sue mani che toccavano e risvegliavano il sesso ormai sopito. Il ricordo su un ricordo mi confonde: mamma!
    Un lungo brivido mi percorse la schiena e mi svegliai.
    (Barbara P.)

  7. anonimo 4 dicembre 2003 a 16:33 #

    Amore inizia con A perché è al principio di tutto – il sesso viene alfabeticamente dopo anche di puttana – a Edimburgo il freddo precipita nelle ossa dieci scellini gelati in una mano l’altra riscaldata dal fiammifero che illumina una caverna antiaerea per guardare le carni flaccide opaline di una puttana sugli scalini di pietra che conteggiano freddi il mio andare e venire dentro un corpo estraneo – consumo l’ultimo pregiudizio d’innocenza d’infanzia in cui la madre strofina la testa del figlio come la prostituta il sesso del cliente – sono io figlio cliente nella pioggia nel buio del fiammifero spento e del ventre in cui affondo.
    (Antonio Tiso)

  8. anonimo 4 dicembre 2003 a 21:55 #

    Camminavo lungo una via buia, stretta, che mi ricordava Princes Street. Dall’ombra usciva una prostituta. Non le vedevo la faccia. Mi si stringeva addosso come un pezzo di buio caldo. La sua voce – Dieci scellini! – mi entrava nelle ossa. Un attimo dopo eravamo in un rifugio antiaereo. C’era una luce tremula, come quella di un fiammifero. Era la mia prima volta. Vedevo le sue cosce bianche, tremolanti, che conducevano diritte alle natiche flaccide, ondeggianti sul gradino di pietra. Il suo inguine continuava a ingrandirsi, fino a mangiarle tutto il corpo, a ingoiare la poca luce. Era una grande bocca aperta che mi chiamava. Ci finivo dentro, appeso al suo sedere piatto, mentre un esercito di ragni usciva dal suo monte di Venere. Le sue mani ora erano intorno al mio pene, bagnate. Sapevo che era la sua saliva. Me lo frizionava per bene. Mia madre mi puliva la faccia così quando mi portava a fare visite. Il rifugio sembrava scomparso. Sentivo il suono sottile della pioggia e fruscii strani che venivano dalla strada. Sentivo il vento, freddo, contro le mie cosce nude. Dovevo sbrigarmi, tutto stava per svanire. Nel buio, in qualche modo, trovavo il suo corpo e affondavo, affondavo, affondavo nel suo ventre morbido, fresco e umido. (Lidia Galimberti)

  9. anonimo 4 dicembre 2003 a 22:05 #

    La luce tremolante di un fiammifero illuminava l’aria malata e liquida di un rifugio antiaereo. Lunghe mani ceree, candore da tempo contaminato, percorrevano il mio corpo nudo per la prima volta e mi introducevano nel ritmo lento di un tempo senza impazienza. La sua cavità fradicia e calda circondava il mio sesso come una ragnatela, trascinandomi in una cadenza morbida e indolente. Allacciati sui gradini freddi, le cosce premute insieme, vibrando petto contro petto. Poi completamente distesi, le gambe sempre più avviluppate, con il peso del corpo sul corpo, inarcandoci, ondeggiando ciechi, crescendo insieme, forza contro forza. Un gioco languido culminante nell’esasperazione, nel nero vortice corrosivo in cui mi perdevo spossato e bagnato. Respiravo l’odore nuovo emanato dalla nostra pelle mentre le ombre che si avvicinavano, si incrociavano e si scontravano sul soffitto divennero una sola. Fino a scomparire nel buio.(Elvira Grassi)

  10. anonimo 11 dicembre 2003 a 01:25 #

    Nella notte leggera di Edimburgo, mentre fuori una pioggia sottile lava le cose del mondo, faccio l’amore per la prima volta. Nel buio di un rifugio antiaereo pochi attimi, pochi frammenti di un corpo flaccido di prostituta. Sbiadite immagini: un bagliore nel nero e la mia mano che stringe il fiammifero teso verso una pallida carne. Una gonna sgualcita e ancora il nero, il nero del suo inguine a cui mi aggrappo. Mi appendo alla sua ragnatela. Poi, un’umida mano sopra il mio sesso. Il freddo dei gradini e la sua mano calda e violenta come quella di mia madre quando mi puliva la faccia con il fazzoletto bagnato di saliva. Nella pioggia leggera il mio pene rigido e il vento gelido sulle cosce. Notte. E io affondo nel suo ventre molle. L’asfalto fruscia sotto le gomme bagnate. Elvira Blasi

  11. anonimo 12 dicembre 2003 a 20:56 #

    Lei raccolse il mio desiderio d’amore. Incerto, lo donai a lei. Un dono durato pochi spiccioli, immerso in una spelonca. Andammo lontano, a nasconderci. Fu in una spelonca che andammo a nasconderci, adagiate le membra, la pietra fu il nostro giaciglio. Edimburgo o chissà dove… Cosa importa? Oh, le sue carni così morbide, il suo ventre così profondo, più profondo del rifugio… Eppure il sesso striminzito… Per me la prima volta. Forse una stretta lo richiamò dal torpore, sensazione robusta e molle, una madre rassicurante. Lui si riebbe… obbedì al richiamo! Il fondo pietroso sempre più gelato, lei rabbrividì scalpitante: “Più lontano…!”. Fuori stillavano stelle. Dentro, il fresco ristoro fasciava le mi cosce. Io m’incamminai, io e lei umidi, fusi nella sua notte profonda. Finalmente. w. Noir.

  12. anonimo 20 dicembre 2003 a 15:21 #

    La prima volta che feci l’amore fu con una prostituta. Eravamo in un rifugio antiaereo, un luogo desolato e desolante, lo ammetto. Neanche nelle pieghe più nascoste della mia mente avevo mai pensato di iniziarmi al sesso in quel modo così squallido. Eppure lo feci; il nostro fu un mero incontro tra due corpi che agivano mossi da bisogni, i più diversi…forse…
    Lei non era bella, aveva glutei di un acceso biancore e cosce per nulla attraenti. Le spalancò come a svelarmi un nuovo orizzonte che frettolosamente mi invitava a esplorare.
    Dinnanzi a me il suo inguine, antro depositario e custode del possibile piacere.
    Alla luce di un fiammifero, su gradini marmorei, gelidi testimoni di qualsivoglia forma di passione, lei cominciò a scorrere le sue dita esperte, a sollecitare la mia natura che prontamente rispose. Fuori cadeva una pioggia sottile. Quando mi distesi su di lei per riempirla di me, il fiammifero si era spento da poco.(gabriellariso)

  13. anonimo 21 dicembre 2003 a 19:55 #

    Scesi le scale lentamente. Freddi gradini di pietra si srotolavano sotto i miei piedi nudi. Sentivo il vento provenire da fuori e il rumore della pioggia rimbombare attutito attraverso le pareti. Continuai a scendere, e mi ritrovai dentro una grotta. Due file interminabili di fiammiferi, dritti sul pavimento, sembravano indicare il percorso come le luci di una pista di atterraggio. In fondo, intravidi una sagoma di donna. Mi chiamava. Accellerai per raggiungerla. All’improvviso sentii un soffio forte alle mie spalle. Mi girai, e tutti i fiammiferi erano spenti. La grotta mi apparve più piccola, avevo la sensazione che se avessi allungato le mani avrei toccato la roccia umida. La donna era ancora lì. Indossava un lungo vestito, ed era seduta su una sorta di trono di pietra. Era molto bella. Mi feci più vicino e mi inginocchiai. La donna iniziò ad alzare la sua veste, scoprendo la caviglia, il ginocchio, poi le sue cosce. Allungai una mano per toccarla, e non appena strinsi la sua carne, la pelle si fece aggrinzita, le cosce divennero flaccide, le sue natiche cascanti come gelatina. Mi disse di sbrigarmi, perché non avevamo molto tempo. Mi stesi su di lei e il suo ventre affondò come lama gelida nel mio. A quel punto mi svegliai. (annalisa montanaro)

  14. anonimo 4 gennaio 2004 a 10:12 #

    Non ricordo il suo viso. Ciò che è rimasto è un’impressione tattile. Pura gioia dei sensi. Davanti agli occhi solo il buio, la notte, la bruma che ammantava il mio fuggire da Loro. Per sempre. Il favore delle tenebre mi fece scivolare, non visto, in un antro oscuro, abbandonato, abitato solo dai fantasmi di qualcuno che forse, confuso e disperato, si era rifugiato lì prima di me. Fu lì che la incontrai. Lì, dove solo l’agonia delle braci prossime alla lugubre levità cinerea assistette, silente, al sacro compiersi del rito. Loro sapevano. Avevano sempre saputo, Loro. Era scritto che anche per me era finalmente giunto il momento. L’iniziazione doveva compiersi. E dunque lei, fuoco nel gelo notturno. Presenza oscura e misteriosa, la sentii avanzare verso di me tra il frusciare serico delle vesti. I miei sensi esultarono al contatto col suo corpo. Su queste povere membra frante, le sue lunghe dita accennarono una timida melodia. Un’ouverture andante, un brio sinfonico, l’esecuzione frenetica di un’arpista sapiente che fece vibrare le mie corde sempre di più, sempre di più, sempre di più… (Paola Biribanti)

  15. anonimo 15 febbraio 2004 a 15:21 #

    Pioveva saliva. Una donna senza volto e con le cosce spalancate teneva dei soldi tra i denti e il mio pisello tra le mani. Bagnati e viscidi scivolavamo pelle a pelle senza riuscire a tenerci, l’unica cosa che ci univa era la sua mano sul mio pisello. Eccitato arrancavo verso di lei mentre la pioggia si faceva più fitta e il pavimento più scivoloso, il buio più confuso, ma non riuscivo a trovare un appiglio, e lei tirava, lasciava, tirava, lasciava, e io venivo da solo, con la pioggia che diventava bianca e l’inguine di lei che s’apriva come una bocca e mostrava i denti, denti brutti e marci.

  16. anonimo 1 aprile 2005 a 13:09 #

    Stavo in una città del nord Europa, ricordo che faceva freddo e che c’era un posto simile a un rifugio antiaereo… Mi ritrovavo con una donna, non capivo da dove sbucasse, però mi avvicinavo… Intuivo che doveva essere una prostituta: era brutta, ma decisi comunque di prenderla. Tutto, poi, dev’essere durato pochissimo, qualche minuto al massimo. Stavamo su dei gradini, con un fiammifero acceso. Ricordo questo particolare del suo sedere, flaccido, pallido, e le cosce spalancate, quasi una caverna… un’impressione inquietante… Lei aveva la gonna sollevata, fino all’ombellico, e io mi appendevo al suo sedere… Era tutto terribilmente squallido, mi pare che fosse addirittura la mia prima volta, ma non ne sarei sicuro… All’improvviso, lei si sputò sulle mani e cominciò a sfregarmelo, con violenza… Mi affiorò alla mente una vecchio ricordo, mia madre che mi strofinava il viso con un fazzoletto quando andavamo a far visite… Lei continuava a frizionarmelo, intensamente, e io ebbi allora un’erezione, enorme… Mi disse di sbrigarmi, aveva freddo. Intanto, in lontananza, sentivo la pioggia che iniziava a scendere e il rumore degli pneumatici sulla strada… Era notte e un vento gelido mi ghiacciava le cosce. Fu allora che il fiammifero si spense e io la penetrai, avvertendo una sensazione fresca di morbido e bagnato…

    man.

  17. anonimo 7 agosto 2006 a 16:37 #

    L’altro giorno ho sentito mio papà che parlava con il suo migliore amico che si chiama Antonio. Antonio ha due figli: Giulia che ha 7 anni come me e Carlo che ha 12 anni. La mamma di Carlo e Giulia se ne è scappata con l’istruttore di bodi bildi e siccome Antonio adesso rimasto da solo ha detto ha papà mio di aiutarlo ha cercare una babi sit. L’altro giorno ho sentito Antonio che diceva a papà che era la prima volta per la babi sit e che Antonio l’ha fatta venire tre volte e che lei urlava di piacere. Io non ho capito perchè Antonio l’ha fatta venire tre volte, forse si era dimenticata qualcosa a casa. E poi non ho capito perchè lei ha urlato di piacere. Se a me mi faceva venire tre volte a casa sua mi arrabbiavo! Comunque questi grandi mi sembrano tutti pazzi.

    V.F.

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